Il riformismo di Sonnino e Franchetti

Il riformismo di Sonnino e Franchetti

Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti sono forse i meridionalisti che ricordiamo più facilmente perché il loro nome, la loro importanza e il loro contributo alla letteratura meridionalistica sono strettamente collegati al periodico di gran valore:

<< LA RASSEGNA SETTIMANALE >>.
Analizzare il pensiero e il contributo di Sonnino è anche un tentativo di riferimento a quello che è stato,

<< il riformismo liberale >>. 

Per essere più chiari, dovremmo indicare e riferire il nome del grande statista accanto a quelli di Giustino Fortunato, Pasquale Villari, Giuseppe Massari; sono questi uomini che hanno cercato di coinvolgere e direttamente promuovere l’intervento dello Stato per la questione meridionale.

 

Si temeva, dopo l’Unità d’Italia e soprattutto alla fine del secolo scorso, che le plebi e i contadini meridionali, sottoposti allo spietato potere baronale, vittime della disoccupazione, di una ingiusta pressione fiscale (altamente sperequativa), potessero da un momento all’altro dar vita ad una rivoluzione. Non a caso il primo, grande meridionalista, Pasquale Villari, parlò di una << questione sociale >>. << Per distruggere il brigantaggio noi abbiamo fatto scorrere il sangue a fiumi; ma ai rimedi radicali abbiamo poco pensato. In queste come in molte altre cose, l’urgenza dei mezzi repressivi ci ha fatto mettere da parte i mezzi preventivi, i quali solo possono impedire la riproduzione di un male certo non è spento e durerà un pezzo. In politica noi siamo stati buoni chirurghi e pessimi medici >>.

Cercare perciò l’intervento dello Stato per il Mezzogiorno in un tentativo di reale interessamento dei problemi meridionali è stato il fulcro del pensiero di questi grandi uomini. La storiografia marxista ha giudicato la corrente liberale del meridionalismo distante, perché non effettivamente coinvolta con le plebi meridionali; numerosi sono gli argomenti a sostegno di questa tesi: 1) l’intervento è stato tardivo; 2) si è voluto << sparare >> sui contadini anziché risolvere i loro problemi; 3) la classe dirigente meridionale, rispetto a quella borbonica è cambiata ben poco, collusioni con mafia e camorra se ne possono enumerare a josa.

 Se invece andiamo ad analizzare il pensiero del Fortunato e dello stesso Sonnino ci accorgiamo che questa semplificazione risulta poco coerente ed ortodossa per non dire superficiale.
 Per esempio, sarebbe bello tratteggiare tutta l’Inchiesta in Sicilia di Franchetti e Sonnino per verificare effettivamente con quanto acume e con quanta perizia i due grandi statisti e uomini di cultura esaminarono il problema meridionale.
 << Nelle relazioni tra il contadino e il proprietario o in genere tra il contadino e il cosiddetto << galantuomo ossia la persona civile, molto è rimasto ancora del costume feudale; e non è da sorprendere ove si pensi che il feudalesimo in Sicilia fioriva ancora nella sua pienezza al principio di questo secolo (1800).
 La sua abolizione legale si ebbe nel 1812 e non fu né accompagnata né seguita da alcuna rivoluzione, da alcun movimento generale che mutasse di un tratto le condizioni generali della società siciliana >>. Era scomparso de iure non de facto, il contadino dichiarato servo dalla legge rimase servo ed oppresso. L’analisi del Sonnino è spietata ma anche veritiera se si considera il suo giudizio sulla borghesia. << Vi è poi la classe della borghesia non molto numerosa e là come dappertutto avida di guadagno e imitatrice della classe aristocratica soltanto nelle sue stolte vanità e nella sua smania di prepotenza >>-
 Che dire poi della distribuzione della ricchezza della proprietà e della cosa pubblica?
 La proprietà vi è ancora considerata  come una vera e propria dignità.
 Il proprietario siciliano sdegna di vendere la sua terra anche quando è ridotto all’estremo dei debiti o della sventura. L’alienazione di una parte delle sue proprietà gli appare come una capitis deminutio.
 Il tarlo roditore, comunque, della società siciliana è l’usura. In ciò è possibile riscontrare anche il risultato della riforma agraria. Il contadino non ha la possibilità di avere tanti capitali per curare la propria terra, perciò è costretto all’indebitamento tanto da sostituire la sua responsabilità patrimoniale con la sua, e questo è atroce, responsabilità personale.

 << L’usura rende impossibile al contadino siciliano ogni risparmio, ogni miglioramento della sua sorte e peggio ancora lo tiene in uno stato di totale asservimento legale e di depressione morale gli toglie ogni libertà, ogni sentimento della propria dignità >>.
 Se consideriamo poi l’analisi dello stato fiscale, ci si rende effettivamente conto di quanto sia penosa la situazione dei contadini.
Troviamo generalmente imposte in modo gravissimo le tasse sulle bestie di tiro da soma e in modo lieve sul bestiame. I cavalli e i muli sono la ricchezza dei contadini, il bestiame è quella dei proprietari terrieri.
  Il Franchetti nella sua analisi si era invece occupato maggiormente di come e da chi era gestito il potere in quella regione. Forse in una sola considerazione possiamo capire la ratio del suo pensiero.
 << La ratio di pochi nel Comune, nei monti di pietà si sostituisce alla volontà della legge>>.
 Se in Sicilia è mancata quella rivoluzione che tutti si attendevano nei costumi, nelle leggi dopo la dissoluzione del potere borbonico le proposte dei due fondatori della << Rassegna settimanale >> sostanzialmente cercano di individuare quel meccanismo all’interno della stessa regione siciliana.
 Sulla capacità della Sicilia e del Mezzogiorno in genere di operare in modo autonomo questa trasformazione, il giudizio di Franchetti e di Sonnino è nettamente negativo.
 << Se nelle condizioni ordinarie si provvede al governo di un paese, di una regione, di una provincia con l’opera combinata dei suoi cittadini e dello Stato, in Sicilia fintantoché faccia parte d’Italia questi due elementi sono almeno a parer nostro incompatibili. L’uno o l’altro deve dominare esclusivamente>>. E non a caso gli agrari meridionali si sarebbero attestati su posizioni di totale intransigenza vanificando lo stesso riformismo dei due intellettuali toscani.

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