Quali rimedi per il Sud?

Quali rimedi per il Sud?

 

E’ stato evidenziato ancora una volta all’Isveimer, nel corso della presentazione del rapporto Svimez sull’economia meridionale, il divario tra il Mezzogiorno e la restante parte del paese. Ben chiaro ed esplicito è stato l’accento sulla disoccupazione giovanile: secondo il rapporto , ma soprattutto come si evince dalle parole del prof. Saraceno nel 1985 sono stati condannati nel Mezzogiorno almeno un milione e centocinquantamila unità di giovani in cerca di lavoro. Come ha scritto Paolo Sylos Labini, i motivi di pessimismo che possono indurre alla <<disperazione>> sono due: il primo è che il divario che dal 1950 al 1975  si era andato ormai restringendo dal 46 al 35% negli ultimi dieci anni si è nuovamente riaperto. Il secondo è costituito dalla quota di disoccupazione che al Sud è elevatissima. Afferma il noto economista: << Considerando che nei prossimi anni con la maggior parte dell’offerta lavoro proverà dal Sud, la disoccupazione meridionale tenderà a raggiungere livelli catastrofici se non saranno attuati interventi pubblici ben più noti vigorosi che nel passato. E’ lecito sperare in siffatti interventi?>>.

Ancor più grave è il dato che la maggior parte degli investimenti produttivi finisce sempre per concentrarsi al Nord. << Per ogni milione di investimenti produttivi, almeno la metà finisce nel settentrione>>, ha titolato, a commento del rapporto e alla sua illustrazione, il <<Tempo>> di Roma.

Bisogna fare i conti anche con l’economia internazionale e in particolar modo ai suoi fattori di influenza. Ad esempio, per effetto delle recenti industrializzazioni avvenute in molti paesi europei, sui mercati mondiali si rovesceranno quantità crescenti di prodotti a prezzi bassi. Come sarà possibile fronteggiare la concorrenza?

Non vengono, come già il professor Saraceno evidenziò l’anno scorso sulle colonne di  <<Repubblica>>, ammodernati e ristrutturati gli impianti industriali del meridione, perché poco competitivi e soprattutto minori rispetto al Nord.

Con questo scenario desolante e disperato, quale può essere il futuro del Sud?  Quali sono le terapie, le soluzioni che si prospettano?

Il dibattito sui maggiori quotidiani nazionali è tuttora in corso. Scrivono ed intervengono i maggiori e più accreditati esperti della dottrina e letteratura meridionalistica. Sul quotidiano di Eugenio Scalfari, <<La Repubblica>>, ha commentato Giuseppe Galasso: <<Il divario pur continuando a crescere non ha le stesse caratteristiche né può essere analizzato negli stessi termini che a metà degli anni ‘50 e neppure a metà degli anni ‘70. Per fare un esempio, una prevalente distinzione tra Sud piuttosto agrario e Nord industriale sarebbe un parametro di analisi del tutto insufficiente. Ora la situazione diventa più complessa… è perciò senz’altro il caso di approfondire lo studio e la comprensione dei nuovi termini del problema. Il discorso della Sevimez è fortemente incentrato sul problema della disoccupazione che rimane l’indice più impressionante della realtà meridionale… tuttavia il discorso da fare prioritario rispetto all’occupazione, riguarda l’apparato produttivo. E’ inconcepibile pensare ad un discorso risolutivo sul dualismo italiano, scavalcando il problema della industrializzazione. Le vicende del Mezzogiorno non sono tali da pensare di trovare una base produttiva già matura. Oggi più che mai, il problema meridionale deve essere considerato un problema nazionale>>.

Se non si può prescindere dall’apparato produttivo, secondo il professor Galasso, necessariamente l’aspetto etico politico della questione meridionale diventa preminente. Ci si riferisce in sostanza a quel <<meridionalismo di stato>>, a quella rete di corruttela di mafia e camorra che gestiscono le risorse pubbliche. Intorno a queste risorse di è venuta a costruire una rete feudale, una serie di incrostazioni di potere assai pesanti, di gruppi e gruppuscoli appartenenti a diversi partiti. Ad esse si interessa anche la malavita organizzata spesso in collusione, in combina, con noti esponenti politici… Naturalmente un siffatto sistema non si rassegnerebbe se non attecchisse nella società. Purtroppo ciò avviene inesorabilmente e si dà vita quel fenomeno che è il protezionismo. Una sorta di do ut des che coinvolge larghi strati di <<società incivile>>. E’ in questo senso che il professor Galasso indica il Mezzogiorno ancora come un problema, una questione nazionale.

Più indicative di soluzioni sono le proposte di Ruffolo e Labini, inoltre non bisogna assolutamente trascurare le diagnosi dello stesso Saraceno.

Secondo l’economista socialista non più verso le opere pubbliche, ma verso il riordinamento del territorio, all’arresto della degradazione urbana ed ambientale. Tutto ciò occorre riorientare gli investimenti può promuovere quella rete di serridionali, che potrebbero rendersi vizi di supporto per le imprese mefunzionali per le risorse locali, in principal modo il turismo. Questo può essere il << New Deal >> del Sud.

Sulla stessa scia è anche Saraceno che da anni va predicando un recupero delle aree urbane; la politica che egli propone non è un’alternativa all’industrializzazione. Il miglioramento degli assetti urbanistici è un prerequisito all’industria. Considerando che il Sud non può beneficiare di interventi di << ristrutturazione >>, si può creare il flusso di capitali solo se risanano le nostre città, solo se si interviene sull’ambiente e sulla promozione di industrie attinenti al luogo.

Labini, invece, pur condividendo ampiamente le tesi di Saraceno e Ruffolo, sollecita la promozione dell’intervento delle partecipazioni statali, nella speranza dell’incremento e della nascita delle piccole imprese.

Recent Posts