Pasquale Villari: il primato della questione sociale

Pasquale Villari: il primato della questione sociale

Pasquale Villari è forse stato il primo meridionalista che ha che ha avuto il coraggio di denunciare le penose condizioni dei meridionali; nei suoi lapidari e lapalissiani giudizi emerge in maniera chiara ed incontrovertibile una verità sacrosanta come ebbe significativamente a dire Francesco Saverio Nitti: con Villari si conoscono le dimensioni reali di quella che fu da lui stesso definita la <<questione sociale>>.

Più in là quando avranno inizio le grandi inchieste condotte dai liberali riformisti, Franchetti, Sonnino, Fortunato, si parlerà di questione meridionale; si arriverà poi a classificare il meridione come area depressa sulla scia dei parametri kniesani.

Per esaminare sommariamente il pensiero e gli scritti di Pasquale Villari occorre preliminarmente spiegare spiegare perché c’è stato il ritardo economico, sociale, politico, culturale, del meridione, chiave storica; del resto questo nostro sforzo è suffragato anche dalle convinzioni del Villari che nella sua brillante analisi non è certo superficiale, anzi molto profondo; ed è giusto a questo proposito dover riferire che nelle <<Lettere meridionali>> già sono indicati tutti i temi che saranno poi sviluppati dai futuri meridionalisti; per essere più chiari possiamo dire che nella letteratura meridionalistica il primo posto è occupato dal Villari se vogliamo usare un criterio gerarchico, perché sia il grande Genovesi, sia Galiani e tanti altri scrittori meridionali non avevano ancora approfondito il tema della questione sociale, le loro trattazioni si limitavano al contingente,cioè erano specificatamente giornalistiche, limitate alla descrizione reale delle condizioni dei meridionali.

Villari sarà per così dire <<storico>>, cercherà le cause, le ragioni del degrado meridionale, e in questo, come affermò Gaetano Salvemini, forse è stato veramente grande. Ecco il giudizio di Giustino Fortunato: << Correva il felice anno in cui le “Lettere meridionali” del Villari avevano tutto ad un tratto richiamata la pubblica attenzione su quella che era e rimane la maggiore delle nostre questioni di politica interna e così a caldo accento di simpatia usciva dal volumetto nuovamente apparso che io non so dire di quanta gioia si riempisse l’animo mio nel leggerlo… >>.

C’è perciò la necessità di indicare il processo risorgimentale del suo svolgersi; se questa analisi sarà approfondita da Gramsci e Gobetti, in maniera emblematica, da Villari nasce la consapevolezza che il Risorgimento non è stato una rivoluzione sociale; sia perché è stato semplicemente un fenomeno tipicamente borghese, quanto solo << settentrionale >>, sia perché non si è verificato altro che un’espansione dello Stato Sabaudo; i pochi intellettuali meridionali che hanno partecipato sono stati più propensi ad inserirsi nella classe dirigente, che a educare veramente le masse meridionali; una analisi, questa, spiegata che ha visto il più alto contributo in Antonio GRamsci. Ciò però che è più grave è che una volta che si è formato lo Stato Unitario si è per così dire caratterizzato come una vera e propria consorteria e questa prima riflessione fu propria del Villari:  << questo Stato è forse di una sola classe, non quella dei governanti o dei nobili, ma di quelli che hanno fatto il risorgimento ed appare come una vera e propria consorteria>>. Forse solo con Giolitti che non aveva partecipato al Risorgimento, ma ne rispettava le idealità, si parlerà di integrazione delle masse.

<< Giolitti non partecipò al Risorgimento, accettava però il retaggio morale ed ideale del più importante periodo storico, non aveva legami fondamentali con esso ne tanto meno condivideva l’amore geloso ed esclusivo di coloro che lo avevano fatto. Il vero motivo per cui lo Stato liberale aveva così amaramente aperto alle classi liberali era questo: la concezione corporativa che i suoi artefici avevano sempre avuto. Non avendo contribuito a costruirlo, le classi popolari non avevano diritto di ingresso al tempio, dovevano contentarsi di far da coro ai suoi riti.  Questo era l’atteggiamento sia della destra che della sinistra storica ma non lo era di Giolitti che alla corporazione non apparteneva. Per lui, come sottolinea Indro Montanelli, nella Storia d’Italia, lo Stato doveva essere di tutti, perché lui non era tra i pochi che dopo averlo fatto intendeva mantenerne l’esclusiva>>.

Dalla mancata integrazione delle masse discende la mancata rivoluzione politica per le plebi meridionali, per il loro riscatto.

<< Non c’è questione politica che progredisca davvero senza questioni sociali, perché la manutenzione del governo, senza una trasformazione progressiva della società sarebbe opera affatto vana. Se noi avessimo prima trasformato la nostra società per fare poi la rivoluzione politica non ci troveremmo nelle condizioni in cui siamo proprio per aver solo fatto una rivoluzione politica. non faremo mai davvero e permanentemente il pareggio finanziario senza aver prima fatto il pareggio morale; per distruggere il brigantaggio abbiamo fatto scorrere fiumi di sangue ma ai rimedi radicali abbiamo poco pensato, in questa come in molte altre cose abbiamo messo da parte i mezzi preventivi e abbiamo usato quelli repressivi, siamo stati buoni chirurghi e pessimi medici>>.

Questo giudizio di Villari sempre citato da tutti i meridionalisti non nasce però solo da una visione del problema meridionale dottrinaria, Villari pone a suffragio della sua tesi ampi riferimenti che saranno poi quelli di Fortunato e di Sonnino.

  1. la questione demaniale; << la vendita dei beni ecclesiastici era intesa a creare una classe di contadini proprietari il che sarebbe stato gran benezio per quelle province; ma noteremo già da ora che il risultato è già diverso da quello sperato perché quei lotti andranno ad arricchire il patrimonio dei grandi latifondisti>>.
  2. la condizione feudale dei contadini; << il contadino non osa far nulla senza prima aver sentito il padrone, non si presenta neppure alle autorità che lo invitano, né obbedisce agli ordini che riceve da essa senza prima aver sentito il padrone, ma tutto questo non nasce da stima ed affetto. Egli si potrebbe inginocchiare davanti al padrone con lo stesso sentimento dell’Indiano che adora la tempesta e il fulmine. Il giorno in cui questo incanto fosse sciolto, il contadino sorgerebbe a vendicarsi con l’odio lungamente represso, con le sue brutali passioni>>.

Al di là di queste considerazioni preliminari, il Villari cercava di persuadere la classe dirigente liberale ad intervenire a non mostrarsi indipendente rispetto ai suoi problemi meridionali ed indicava anche rimedi. Innanzitutto l’istituzione di credito agevolato per i cittadini, una vendita dei beni ecclesiastici più controllata, soprattutto l’impegno degli intellettuali per l’educazione delle masse meridionali.

Il suo monito, la sua altissima cultura e il suo contributo da lì a poco determinano il sorgere delle inchieste, di numerosi dibattiti che vedono coinvolti il meglio della classe dirigente liberale, ma suscitarono soprattutto la consapevolezza della priorità della questione sociale.

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