Nord e Sud è sempre più divario

Nord e Sud è sempre più divario

Prima di analizzare l’ampia relazione tenuta dal prof. Pasquale Saraceno – nella sede dell’Isveimer – a commento del Rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno per il 1985; credo opportuno considerare gli autorevoli interventi che sul problema del Mezzogiorno hanno tenuto sulle colonne della più accreditata stampa nazionale i meridionalist << storici>>.

Tra questi va compreso lo stesso Saraceno, << padre storico >> della questione meridionale, per l’alto contributo morale e scientifico a cui tutti gli studiosi hanno dovuto far riferimento in questo secondo dopoguerra.

Proprio il 6 luglio scorso su << La Repubblica >> il presidente della Svimez riapriva, dopo tempo, il nuovo dibattito sul Mezzogiorno.

 

 

 

L’articolo << Povero Mezzogiorno da sempre abbandonato >> ha innescato conseguenzialmente gli interventi di Antonio Giolitti sul giornale di Scalfari e di Giovanni Russo sul << Corriere della Sera >>.
Saraceno già in nuce ha indicato, nell’editoriale riferito, i temi della relazione di presentazione del nuovo Rapporto.
Non solo sono chiare le proposte, ma viene anche denunciato l’ormai esaurito intervento straordinario da ben 12 anni.

<< Dal 1973 – scrive Saraceno – si è interrotto quel processo di produzione del divario Nord-Sud che, con notevole continuità, si era svolto a partire dagli anni Cinquanta, cioè a partire dal tempo in cui l’intervento straordinario nel Mezzogiorno comincia a produrre i suoi effetti >>.

Infatti come è anche riconosciuto da Giorgio Ruffolo e da Giuseppe Galasso, l’intervento nel Sud ha avuto i suoi risultati sino all’inizio degli anni settanta, quando poi è sorto il cosiddetto meridionalismo di stato, intriso di clientelismo, squallido assistenzialismo, mera gestione del potere, e creazioni di << cattedrali nel deserto >>.


Proprio Ruffolo, come già segnalammo in un nostro precedente articolo, definiva la prima parte dell’intervento nel Mezzogiorno, profondamente costruttiva, come se al Sud si fossero creati i presupposti di quella che egli elegantemente considera << la civiltà materiale >>; l’opera della Cassa per il Mezzogiorno non ha però creata una valida e competente classe dirigente.


<< I trentacinque anni d’intervento – continua Saraceno – sono dunque oggi ripartiibili in due fasi; vi è un primo periodo di ventidue anni durante il quale la politica meridionalista consegue risultati e un secondo periodo, di ormai dodici anni in cui quei risultati non si sono avuti >>.


Tutto questo perché probabilmente nel Mezzogiorno non si sono creati i dovuti meccanismi d’investimento endogeni, che dovevano essere conseguenti e susseguenti all’intervento straordinario.

C’è quindi, ed indubbiamente, un notevole divario con il Nord, un progresso tecnico ed industriale che inesorabilmente ci divide.
Sembra logico, perciò, che tutti gli investimenti trovano la naturale destinazione al Nord.
Lo stesso Saraceno infatti opera la giusta differenziazione tra investimenti di ristrutturazioni, e quelli di nuovi impianti. Il problema di fondo è proprio qui: attualmente vengono più proposti investimenti di ristrutturazioni che quelli di creazioni di nuovi impianti, ma poiché la maggior parte delle industrie è ubicata al settentrione di tali investimenti è proprio il Nord a beneficiarne.


Se invece il flusso di ricchezza si spostasse al Sud in parte si allevierebbe il divario; la destinazione del nuovo capitale potrebbero essere le aree urbane; << anzitutto il miglioramento degli assetti urbanistici può essere assimilato da un moderno sistema industriale; anche le favorevoli prospettive che nel nostro paese sono aperte al turismo concorrono a giustificare l’indirizzo proposto. A parte altri motivi, questo indirizzo, oltre che alternativa temporanea all’investimento industriale si presenta come un’azione che in ogni caso andrebbe intrapresa e non una forma d’investimento >>.


Altri come Giovanni Russo, è del parere invece che la destinazione degli investimenti e la nuova politica meridionalista dovrebbe avere come referente la tecnologia; constatato infatti che la conversione degli apparati produttivi alle nuove tecnologie è effettivamente molto dispendiosa risulta ancorché logico creare proprio impianti a caratterizzazione << software >>.


<< Il Nord rimane la sede storica principale di un grande sistema industriale che va ristrutturato il Sud invece è la terra vergine per diventare la sede delle prospettive di sviluppo di un avvenire che batte già alle porte: quello della ricerca scientifica, del polo elettronico delle più avanzate tecnologie, insomma del << software >>.


Questi sono i diversi modi e prospettive di impiego di tutti i fondi e capitali che il piano triennale ha predisposto per il sud.
Ma qual è lo scenario, la effettiva situazione del meridione?

Il rapporto Svimez è stato implacabile in proposito: premesso che l’84 è stato un buon anno per l’economia italiana ( il prodotto lordo è aumentato del 2,6% e gli investimenti fissi lordi del 4,1%) la ripresa non è riuscita a trascinarsi il meridione, infatti il prodotto del Mezzogiorno è appena cresciuto dell’1,7% e gli investimenti appena del 3,2%, cifre queste che paragonate a quelle complessive dell’enomia nazionale lasciano effettivamente trasparire la giustificata preoccupazione del ritardo meridionale.
Un dato ancora più allarmante è il ricorso alla cassa integrazione che al Sud è stata del 22%, mentre al Nord ha raggiunto la cifra di gran lunga inferiore del 7%. Se si considera anche l’industria manifatturiera al Sud si tocca la punta del 25% mentre al Nord quella minima del 5%.

Cerchiamo di analizzare per settore il divario tra le due zone della nostra penisola.


a) Agricoltura: nel 1984 il valore aggiunto per addetto agricolo risulta nel Mezzogiorno minore di circa un terzo rispetto al Nord; l’annata è stata negativa con una flessione rispetto all’anno scorso del 5,8%.
b) Terziario: qui le cifre sono un po’ più confortevoli: l’occupazione è aumentata in misura rilevante: 5,4% al Sud, 5,1% al Nord.
c) Anche per l’industria il dato non è tanto grave il valore aggiunto è aumentato in termini reali del 4,8% nel Mezzogiorno; c’è stata però una riduzione di occupazione pari al 4-4,5% se si considerano anche le unità in cassa integrazione.
d) Gli investimenti: quelli che ripropongono anche l’innovazione tecnologica dell’apparato produttivo sono aumentati nel Centro Nord dell’11,7%, mentre al Sud del 7,3%. Per non riferire poi sull’andamento dei capitali esteri che trovano la loro destinazione soltanto al Nord, mai al Sud.
Questi i dati del rapporto, la radiografia della realtà meridionale, la proposta invece trova, come già è emerso nell’orientamento della stampa nazionale, vari punti: concentrare gli investimenti futuri nelle aree urbane (Saraceno), riproporre la straordinarietà dell’intervento con la relativa legge (De Vito) oppure creare i propellenti per un’industria ad alto contenuto tecnologico (Mattina).
Mariano D’Antonio ha giudicato di ottima fattura l’analisi e la proposta del Rapporto; egli ha parlato infatti di un progresso anche di mentalità del Mezzogiorno, non più piagnucolone, un Sud senza lamento, ma alla ricerca di criteri scientifici per il suo riscatto.
Ancora più esauriente è stato il prof. Galasso; l’orientamento di massima del suo pensiero e una sintesi del suo intervento può essere considerato, l’articolo sul << Corriere della Sera << del 27 ottobre scorso << Una ripresa di fondo di tutto il discorso meridionalistico è comunque indispensabile… essa non può abbracciare il problema degli schieramenti politici e sociali, con cui portate avanti la politica per il Mezzogiorno di oggi, che non è più quello della frontale dominante tra “baroni” e “contadini”. Se sono stati resi impropri i vecchi schemi delle alleanze sociali, la ripresa ha pure determinato nuove più enigmatiche, ma non meno reali forme di egemonia e di parassitismo. E da ciò, appunto, il discorso politico sul Mezzogiorno deve prendere le mosse >>.
È il dito nella piaga.

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