LUIGI STURZO: Lasciateci trovare l’iniziativa dei nostri mali

LUIGI STURZO: Lasciateci trovare l’iniziativa dei nostri mali

Per poter analizzare il programma di Luigi Sturzo e conseguentemente del Partito Popolare non si può prescindere, in riferimento alla questione meridionale, da tre punti fondamentali: il regionalismo, l’introduzione delle proporzionale, l’impegno sociale dei cattolici nel Sud.
E’ da precisare sostanzialmente che per Sturzo regionalismo non significa approdo a concezioni federalistiche o disgregazione dello stato unitario, ma autonomia amministrativa, politica e sociale. Pur senza constatarlo il suo pensiero aveva e si rifaceva a determinate concezioni nittiane.

Lo stato si era formato con il denaro pubblico del Sud, il Nord era stato privilegiato per la creazione di infrastrutture; qui erano state create ferrovie, scuole, una agricoltura con mezzi efficienti. Anche nell’educazione politica il  Nord era distante dal Sud.

 

A questo proposito ci sembrano dovutamente fondamentali e pertinenti le parole di Luigi Sturzo: “le masse del meridione non vivono la vita della nazione, non delle concezioni politiche, non del movimento di idee… il campanile, il deputato, ecco la vita delle nostre masse. E’ in atto la corruzione, la sopraffazione dei politicanti interessati, dei mantenungoli della mafia e della Camera”. (La croce di Costantino).


La coscienza dei mali profondi e la capacità di comprendere per superarli portava Sturzo alla constatazione che la radice era una sola. Il meridione poteva riscattarsi, progredire solo se si liberava da una cultura trasformistica e clientelare, ma soprattutto solo se avesse potuto vivere nella piena libertà politica, culturale ed economica. “Lasciate che noi del meridione possiamo amministrarci da soli, da noi designarci l’indirizzo finanziario, distribuire i nostri tributi, assumere le responsabilità delle nostre opere, trovare l’iniziativa dei rimedi ai nostri mali: non siamo pupilli, non abbiamo bisogno della tutela interessata del Nord”.


La famosa guerra regionalista non sarebbe interpretata giustamente, come spesso adduce la storiografia di stampo marxista, se si evita i considerare dovutamente ciò che Sturzo disse all’indomani del congresso di Bologna.
“Non è possibile la secessione dalla madre-patria perché tutto deve essere collegato allo stato unitario”. Il suo regionalismo non è politico o frutto di uno sbiadito quanto anacronistico legittimismo ma è profondamente storicistico teso, come rileva il De Rosa, ad un’esplicazione legittima di vita collettiva, fondata sul riconoscimento della validità e autonomia degli enti intermedi.


Ridiscutere, ma soprattutto eliminare all’insegna di un profondo autogoverno, il separatismo e le profonde differenze tra Nord e Sud, che non sono due termini irriducibili. Ciò è possibile solo se, come già lo avevano rilevato Cavour, La Farina e Minghetti nel grande progetto regionalistico all’indomani dell’Unità d’Italia, non esisterà un accentrato e uniforme sistema di potere, ma un progressivo decentramento.
La battaglia di Luigi Sturzo non poteva non essere legata ad un effettivo impegno politico. Il discorso di Caltagirone sancisce la nascita di un partito cattolico che fu denominato Partito Popolare.

L’ispirazione era profondamente cristiana, il partito aconfessionale, solidarista, interclassista. In sostanza era un effetto di quello che era stato l’impegno della chiesa nell’ambito sociale all’epoca di Leone XIII. In esso confluiva il tentativo di Romolo Murri, di Filippo Meda, uomini del modernismo cattolico, non di quello intransigente di Paganuzzi, che mai volle giustificare lo stato laico e risorgimentale. Da qui la battaglia per l’introduzione della proporzionale, il vero primo mezzo di emancipazione delle forze politiche. La proporzionale fu un evento rivoluzionario. Essa non fu accettata dalla borghesia e dai latifondisti, in quanto dava la possibilità di esprimere ai contadini anche la loro protesta, la loro indignazione, per anni di sofferenze.

“Le classi della borghesia predominante ricacciano sempre indietro le masse contadine e i ceti operai da una partecipazione organizzata alla vita pubblica, per timore di perdere non solo il monopolio della politica municipale e provinciale, ma anche il dominio economico senza limitazione e senza controlli”.
Il Partito Popolare sostanzialmente per il Sud ha profuso un effettivo impegno sociale. Furono create classi rurali, associazioni religiose, banche, cooperative. Non era l’astratto paternalismo padronale, ma una politica di interessi e di indirizzi agrari per il riscatto delle plebi meridionali.
Quest’impegno sostanzialmente superava un costume anchilosato e sociale e spesso confuso e invischiato in interessi corporativi e clientelari.

Luigi Sturzo fu la vera svolta e soprattutto rappresentò la punta progressiva del cattolicesimo leonino e murriano, cioè quel cattolicesimo che concretamente era vicino ai partiti meno abbienti.
Il Partito Popolare nella storia d’Italia ha rappresentato la rivendicazione contadina, lo dimostra anche l’impegno di Guido Miglioli. In sostanza esso ha supplito al mancato impegno del PSI per il Sud, impegno che questo partito ha sempre sviluppato nelle industrie del Nord.


Il partito di Sturzo ha sempre avuto contrasti con Giolitti non solo per la sua politica finanziaria ma anche perché dovevano essere difese le autonomie locali. “Il partito popolare fu un fatto nuovo nella vita pubblica italiana perché dette alle masse cattoliche una fisionomia politica autonoma, rompendo definitivamente con la tradizione dei blocchi clerico-moderati, che Giolitti aveva utilizzato per sostenere la sua politica di riforme”. (Gabriele De Rosa).


Al di là dell’impegno di Sturzo antifascista bisogna pur dire però che il fascismo attecchisce in Italia, come ha rilevato Tasca, per l’incapacità da parte dei partiti di massa, il partito popolare e quello socialista, di formare una maggioranza che avrebbe potuto arginare il pericolo fascista. Entrambi i partiti si trincerarono in posizioni corporative e fu proprio il fascismo che se non riuscì ad eliminare il partito popolare della vita italiana, come sottolineò Gobetti, “ne diminuì comunque la funzione chiarificatrice e moderatrice”.

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