Le due Italie di Giustino Fortunato

Le due Italie di Giustino Fortunato

<< Lo avessi conosciuto dieci anni prima >>. Quanta maggiore ricchezza di informazioni e quanto minor ottimismo mi avrebbero accompagnato nel trattare una materia che era da lui ben più profondamente conosciuta che da me >>. Così scriveva Gaetano Salvemini * nella prefazione agli << Scritti sulla questione meridionale >> di Giustino Fortunato. Effettivamente i suoi saggi e la sua esperienza parlamentare dimostrano a chiare lettere la conoscenza profonda che egli aveva della problematica meridionale; la sua era soprattutto una analisi che indicava anche soluzioni e proposte concrete, basti considerare << la questione demaniale >>, << la riforma tributaria >>, la concezione del regionalismo, brani fondamentali della sua imponente produzione. << Il solitario >>, come egli si definiva, occupa tra i meridionalisti una posizione privilegiata, è stato tra i più illuminati conservatori, forse il capostipite accanto a Pasquale Villari della grande letteratura meridionalistica, che sostanzialmente ha avuto nella << rassegna settimanale >> la sua maggior espressione.


Il suo grande merito fu quello di distruggere il secolare mito di un Mezzogiorno ricco, reso inferiore da un costante malgoverno e da una popolazione inetta. << Il suo però non fu mero naturalismo deterministico, perché ben presente in Fortunato era una cospicua dote di realismo storico, che si esprimeva nella attenzione sempre portata alla condizione degli uomini, ai rapporti di classe, alla struttura economica >>… (Barbagallo).
Le ricchezze demaniali avrebbero dovuto risolvere la profonda crisi agraria e occupazionale in cui il Sud era piombato al tempo del regno delle Due Sicilie e dopo la dissoluzione del potere borbonico.
<< Le quote assegnate ai contadini, che variano da ottantatre ettari a un ettaro e mezzo, secondo la fertilità del terreno, sono troppo poche per dare sussistenza ad una famiglia, ed anche ammessa un’estensione maggiore, manca loro assolutamente il capitale necessario per consacrare alla terra cure assidue e per assicurare i prodotti annuali. La produzione è scarsa, la terra spesso di esaurisce >>. Le imposte e i canoni da corrispondere al Comune sono esosi; ecco perché i contadini sono costretti a vendere la terra che infoltisce e ingrandisce il latifondo.
Il processo di privatizzazione, in sostanza, dei demani comunali, svolto nel corso di circa due secoli, aveva segnalato una amara conclusione: il vantaggio era tutto dei << galantuomini >>. Da qui è mancata la nascita di un ceto medio << cuscinetto >> che sarebbe stato, e tutti credevano che fosse, la soluzione del problema meridionale.
In Italia cioè, come ha giustamente ricordato il Villari, si è presentato il caso per dir così unico nella storia dell’Occidente, dove la privatizzazione delle terre pubbliche e la liberazione di una parte dei beni ecclesiastici e feudali, si sono verificati avvantaggiando più o meno largamente i ceti contadini o la borghesia stessa. Ciò è avvenuto in Inghilterra, in Germania, in Francia, in Belgio. Nel meridione invece non solo mancavano i capitali indispensabili, quanto anche uno spirito imprenditoriale, tipico di quelle nazioni alla avanguardia già nei secoli scorsi.
Fortunato però non soltanto nella questione demaniale ha individuato i mali del Sud, ma anche in una mancata riforma tributaria.
Come già avevano rilevato Nitti e tanti altri meridionalisti tra cui il Donvito nel saggio << L’economia italiana e il Risorgimento >>, il suo in sostanza ha pagato più di quanto effettivamente produceva; secondo i calcoli del Fortunato, L’Italia meridionale con poco più di un quarto del reddito nazionale, pagava quasi un terzo dei tributi. L’Italia settentrionale e centrale pagavano di imposte il 21,66 per centro del reddito, l’Italia meridionale il 25 per cento. Nella stima si deduceva che ogni anno circa cento milioni erano indebitamente percepiti dallo Stato a danno delle popolazioni meridionali. Tutto ciò, come brillantemente dimostrò il grande meridionalista, era individuabile nelle sperequazione che derivava in gran parte dalla mancata revisione del Catasto, dalla facilità con cui si potevano accertare i redditi agrari rispetto a quelli commerciali e industriali, << dal fatto che i fabbricati rurali, non soggetti a tasse, nel Mezzogiorno non erano riconosciuti tali in quanto i contadini vivevano accentrati in grossi bonghi, dalla maggior pressione fiscale degli enti locali >>.
La riforma a cui mirava il Fortunato consisteva in una correzione di tutto il sistema al fine di ottenere gli squilibri tra Mezzogiorno e Centro-Nord: occorreva alleggerire la pressione fiscale sulla piccola proprietà contadina, sulle medie attività agricole e collaterali per una equilibrata visione e impostazione del bilancio e per una graduale formazione del capitale da investire.
La speranza comunque di vedere uno << Stato regolatore >> nella vita e nella lotta sociale, imparziale fra gli opposti interessi, era tramontata. In Fortunato in altre parole si acuiva la sfiducia verso quello Stato che avrebbe dovuto mettersi al servizio dei più deboli. E qui bisogna richiamare la sua polemica contro i premi alle industrie e le agevolazioni alle cooperative settentrionali.
Se Gramsci aveva individuato in lui e in Croce gli intellettuali del blocco agrario, la sua, come ha rilevato la storiografia laica più approfondita e accreditabile, è una considerazione superficiale di Fortunato.
Si ricordi a questo proposito la accesa polemica contro il provvedimento del governo Di Rudinì, che voleva inviare un commissario in Sicilia affinché si potessero frenare le spinte separatiste ed individualiste.
<< Il rimedio cui ricorre il governo è dittatorio e varrà quanto l’uomo che è chiamato ad applicarlo e i ministri che quell’uomo ispireranno. Io non dubito dell’uno non temo gli altri, ma credo che da strumento di giustizia possa tramutarsi in strumento di opposizione >>.
Da qui l’amara concezione e la sfiducia verso la classe dirigente meridionale nella considerazione del decentramento per l’istituzione delle Regioni.
<< Delegare alle autorità governative il cosiddetto decentramento burocratico è gran cosa, ma offrire alle Regioni lo strumento della deliberazione e esecuzione, checché pensi l’amico Franchetti, renderebbe sempre più organizzazione dei lavori pubblici una vasta poderosa clientela con la certezza di veder crescere l’infeudamento e il prepotere delle consorterie locali e il loro non equo ed anche iniquo procedere in tutte le manifestazioni della vita amministrativa >>.
Resta semplicemente da chiedere in quale misura le classi dirigenti meridionali da allora abbiano cambiato l’antico costume di reggere le sorti di tanta gente all’insegna del clientelismo e del paternalismo.

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