GUIDO DORSO : La Rivoluzione italiana sarà meridionale o non sarà

GUIDO DORSO : La Rivoluzione italiana sarà meridionale o non sarà

Guido Dorso poneva la questione meridionale in un’ottica molto ampia: nel suo pensiero << il problema italiano è completamente assorbito in quello del Mezzogiorno, perché le forze che non hanno partecipato in nessuna misura alla catena dei compromessi che ha garantito la stabilità del sistema conservatore risiedono principalmente nelle campagne del Sud >>. (R. Villari, Il Sud nella Storia d’Italia).
Il grande avellinese individua le cause della << questione >> nei modi stessi in cui fu attuata l’unità d’Italia, caratterizzata più che altro dal dissolvimento delle grandi correnti ideali del Risorgimento. << Lo stato non si formò negli animi dei cittadini…, ma si estese dal Piemonte alle altre regioni italiane, attraverso una serie di compromessi, di accorgimenti, che appiattirono la conquistata libertà >>. (La rivoluzione meridionale, G. Dorso).
Dorso definisce il Risorgimento non una rivoluzione popolare, ma una << conquista regia >>. In sostanza il  Nostro è sulla scia di Gobetti che definì il Risorgimento una rivoluzione senza eroi e dello stesso Gramsci che lo indicò come una mancata rivoluzione agraria.


Quale fu il ruolo del meridione? La classe dei latifondisti del Sud con gli industriali del Nord attuò una profonda unificazione (il blocco agrario, come Gramsci lo definì). I latifondisti pur di conservare i propri privilegi feudali avevano rinunciato alla direzione effettiva del paese assicurando l’appoggio per la formazione delle maggioranze in Parlamento alla politica degli industriali del Nord.
<< Così si spiega come e perché la nostra terra… divenne, dopo la conquista piemontese, colonia di sfruttamento del capitale settentrionale in formazione, che non soltanto niente fece per aiutare il mezzogiorno a risolvere la sua crisi secolare, ma fu invece interessato ad impedire ogni suo progresso economico e sociale dal bisogno imperioso di tenerlo sempre nella fase di mercato di consumo, per non essere costretto ad abbandonare, nella grande lotta della nazione, l’impalcatura protezionistica che, almeno in parte, ne assicurava lo sviluppo >>.
Questa totale forma di << industrialismo parassitario >> ha avuto il suo svolgimento sino al dopoguerra e ha trovato una sua forma di rafforzamento nel sistema giolittiano, il sistema del trasformismo per eccellenza. Da qui la rivoluzione.
<< Rivoluzione è per Dorso la soluzione che si contrappone al trasformismo, al sistema del compromesso, col quale si è formato, di contro alle soluzioni ideali prospettate dalla democrazia risorgimentale lo stato italiano, a partire dalla conquista regia; trasformismo che consiste nell’assorbire nel quadro istituzionale, della conquista regia, svuotandole del loro contenuto rinnovatore, le forze che a mano a mano si presentano sulla scena della lotta politica: un surrogato falso e corruttore della democrazia reale >> (R. Villari).
Allo scopo di rendere concreta la rivoluzione occorre movimentare tutte le forze del mezzogiorno e soprattutto quelle che ne sono fortemente danneggiate. << Il ceto medio che si è sviluppato è grazie all’emigrazione… la classe dei contadini, dei mezzadri, dei fittavoli, dei braccianti, comincia ad intuire la realtà economica e sociale in cui vive e soffre >>.
Solo in questo modo la rivoluzione può essere concreta, può avere un contenuto, << altrimenti resterà astrattismo sovversivo, convulsione, vociferatio, sfruttamento di disoccupati, di avventurieri, campo di manovra, per le successive transizioni dei ceti dominanti, e non diverrà mai conquista ordinata e cosciente dello stato da parte dei produttori, lotta politica nel senso liberale della parola >>.
Questa lotta politica deve necessariamente partire dal mezzogiorno, cioè da quelle regioni danneggiate dall’unitarismo storico, dove ancora vive palpitante l’amaro ricordo della conquista piemontese.
Nella piena coscienza del dramma profondo del Sud e soprattutto nella rivalutazione delle correnti ideali del Risorgimento il meridione deve impostare la sua azione contro lo stato e soprattutto contro << le classi trasformistiche del Sud >>.
Solo così la rivoluzione meridionale sarà una rivoluzione nazionale.
I giovani devono essere già gli iniziatori della rivoluzione nel loro pieno autonomismo, << lasciandosi guidare dall’istinto prima che dalla teoria >>, e non trasferendosi nel piatto unitarismo dei partiti.
Autonomismo è per Dorso la conquista del << self government >>, ossia << la funziona critica di distacco da ogni forma di autorità, che non sia l’autorità della libertà, è contrapposizione a tutte le forme di violenza, è insomma armonia di libere coscienze che tutelano i loro interessi legittimamente conquistati >>.
Autonomismo non è né particolarismo né separatismo, anzi il Nostro vede dei sintomi di profonda immaturità politica proprio nell’incapacità di proporre una classe dirigente sostanzialmente forte da parte degli altri italiani, classe dirigente che avrebbe potuto contrastare << l’espansione sabauda >> (Salvatorelli). << Forse uno dei sintomi maggiori dell’immaturità italiana è stato l’assenza di particolarismi politici pur dopo l’unificazione di sette stati: indice questo che, all’infuori del Piemonte, in nessuna altra Regione d’Italia era maturata una classe politica nettamente definita, e che l’unità dell’azione statale restò lungamente affidata soltanto alla burocrazia >>.
L’autonomismo continua idealisticamente la tradizione del Risorgimento; esso non si deve confondere col federalismo e col regionalismo, << concessioni che eccedono sul terreno costituzionale o istituzionale >>.
Posta questa fondamentale distinzione, si può anche deliberatamente affermare che solo il partito sardo di azione è il partito autonomista. Secondo Dorso questo partito non è settario e particolaristico e svolge la sua azione con metodi essenzialmente politici. Esso non si deve concentrare esclusivamente in Sardegna ma deve estendersi e allargare la sua sfera di competenza anche alla Sicilia e a tutto il meridione.
Qui le forze fondamentali sono i giovani che non vogliono seguire la tradizione dei padri e vogliono spezzare i ceppi del feudalesimo e rinnovare la mentalità e la gestione politica.
Anche per il mezzogiorno è iniziato l’evo moderno.
Anche se il grande avellinese non amplia un programma come Sturzo e Gramsci, è pur vero che il suo contributo al meridionalismo è stato rilevante.
Egli voleva che la rivoluzione si potesse attuare nelle grandi ore della storia, quelle dell’emigrazione, del suffragio universale, delle agitazioni sociali e il senso profondo, idealistico, del Risorgimento lo portava e lo riconduceva alla speranza che la borghesia e soprattutto gli intellettuali potessero, una volta discioltisi dai latifondisti, essere tramite e punto di congiunzione per la grande rivoluzione.
Erano anche gli intendimenti e le disilluse speranze di quanti videro nel riscatto degli intellettuali meridionali dai ceti dominanti una delle condizioni essenziali per la << liberazione >> del Mezzogiorno.

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