GIORGIO RUFFOLO: classe dirigente e produttività per il futuro del Sud

GIORGIO RUFFOLO: classe dirigente e produttività per il futuro del Sud

E’ enorme la produzione degli scritti di Giorgio Ruffolo: è necessario perciò adottare un criterio discretivo, selettivo che chiaramente possa privilegiare gli aspetti essenziali specificatamente attinenti al tema e tralasciare quelli che comunemente sono considerati marginali. La scelta è indiscutibilmente opinabile e soggettiva. Dalla dottrina di rilevante significato vengono valutati gli articoli dell’insigne economista pubblicati lo scorso anno sul quotidiano romano <<La Repubblica>>: << Il non-intervento nel Mezzogiorno >>, << Eppure il Mezzogiorno può uscire dalla crisi>>, si tratta di due scritti che propongono un’analisi dell’operato della Cassa per il Mezzogiorno ed indicano alcuni giudizi sul piano triennale, redatto dal ministro Salverino De Vito. Prima però di esporne il contenuto bisogna far pur riferimento all’intervista, pubblicata dal quotidiano di Scalfari, del 9 agosto 1984, all’indomani della mancata concessione, la nona, della proroga della Casmex. << Quale futuro per il Sud dopo la vecchia Cassa dei miracoli incompiuti?>>.

 

 

In quel colloquio già possiamo rinvenire i temi che saranno diffusamente sviluppati negli articoli richiamati.

  1. il giudizio sull’intervento straordinario;
  2. i nuovi aspetti della questione meridionale;
  3. le indicazioni emergenti dal ripreso dibattito sul meridionalismo e le conseguenti proposte.

Quanto al primo punto si può già facilmente evincere e dedurre il contributo sia dottrinale che operativo di Giorgio Ruffolo: le sue considerazioni non hanno per nulla trovato smentita nelle diffusa letteratura meridionalistica, anzi sono state vieppiù riprese da altri esperti che in modo scientifico si avvicinano al problema e all’annosa questione: esempio per tutti Pasquale Saraceno.

<< La cassa come idea e per quello che ha fatto nei suoi primi anni per il Mezzogiorno è stata una grandissima innovazione. Con tutte le sue magagne ha ottenuto risultati di incomparabile grandezza: oggi il Sud è aperto al mondo grazie alle strade e autostrade, le infrastrutture sono paragonabili a qualsiasi altra zona europea, l’agricoltura ha fatto balzi prodigiosi. Anche per effetto dell’emigrazione degli anni 50’ bisogna dire che ha prosciugato le campagne>>.

Se per tutto ciò quasi tutti gli economisti sono d’accordo diverse sono poi le valutazioni sulla classe dirigente meridionale: lo sappiamo molto bene se solo consideriamo i giudizi di Sturzo e Salvemini. Esiste un comun denominatore per questo dato sia nel vecchio che nel nuovo meridionalismo: la classe dirigente del Sud non ha mai avuto il senso dello Stato, nel suo operato e nella preparazione culturale tecnica ed amministrativa il divario con il nord è profondo e le responsabilità sono da attribuire esclusivamente <<a noi che non abbiamo dato un segno di stile rinnovato ai borboni di oggi>>, come ebbe a sottolineare efficacemente Giustino Fortunato.

Ruffolo del resto è sulla stessa scia: << Nel 1950 parlare di sviluppo dal basso nel Mezzogiorno era una grande utopia. Amendola pensava ad un intervento programmato intelligente dal basso. Invece si può dire che le regioni hanno programmato l’assistenza; le regioni del Sud sono ad un grado insuperato di inefficienza, non hanno nemmeno un’intelaiatura di programmazione, L’intervento straordinario non ha creato una classe dirigente all’altezza del compito. Negli anni ‘60, quando peraltro la Cassa aveva esaurito la spinta istituzionale tutto è crollato>>.

Le stesse considerazioni possono essere facilmente estese al personale politico dei nostri giorni. Ora però emerge un dato ancora più sconcertante: le collusioni con i poteri della <<società incivile>>, come definisce Francesco Cossiga la mafia e la camorra. Il Mezzogiorno si può considerare non più come un’area depressa sulla scia dei parametri Knesiani tenacemente combattuti da Amendola, ma un’area passiva, dove cioè non è possibile, per l’incapacità della classe dirigente, uno sviluppo autopropulsivo. << Il Sud non è più l’Eboli di Carlo Levi, ma non ha più capacità d’impulso >>.

Quanto al secondo punto è facile indicare i nuovi aspetti della questione meridionale: sono secondo Ruffolo, essenzialmente due: il divario di produttività con il resto del paese, la disoccupazione che colpisce più duramente la popolazione meridionale. Il piano triennale ha sostanzialmente l’obiettivo di risolvere questa importante problematica, ma difetta sia nel sistema di strategia che in quello decisionale.

C’è innanzitutto da indicare anche l’aspetto positivo: il dato cioè che se c’è stato uno sviluppo endogeno questo è stato possibile solo per i paesi della fascia adriatica e non per quella tirrenica.

Il piano triennale si propone di indicare tutti i presupposti e i propellenti per sostenere ed incentivare lo sviluppo dall’interno del Sud: ma difetta, secondo Ruffolo, nei suoi momenti essenziali. Le possibilità di questo sviluppo vengono soltanto enunciate, cioè le troviamo nella legge allo stato di  <<discorso>> e non di <<piano>>. Mancano infatti quasi del tutto obiettivi e traguardi che sono espressi sì, in forma generica e letterale, ma non realmente secondo strumenti e prospettive. Non vengono definiti criteri di intervento, quindi con un elevato rischio di ricadere nel solito <<continuismo>>, cioè costruzioni di imprese in difficoltà economica, tutto ciò con uno scarso rendimento sull’occupazione.

Anche per il sistema decisionale sono da appuntare critiche al piano. Anche in questo caso infatti le intenzioni non corrispondono ai fatti: si elimina il sistema a piramide che aveva la sua cuspide alla Cassa, per dar vita ad un sistema reticolare che abbia il suo centro nelle regioni. L’intervento sarà coordinato dal ministero per il Mezzogiorno. Sappiamo però che tale dicastero è privo di effettivi poteri e strumenti, in tali condizioni perciò è facile che prevalga << il mercato politico >>: la logica dei rapporti di forza tra i partiti, delle pressioni e interessi corporativi, delle discrezionalità amministrative.

il terzo aspetto è riferito alle proposte per far uscire il Mezzogiorno dalla crisi. Si possono articolare in tre punti:

  1. gli investimenti delle imprese minori, le quali hanno in questi ultimi anni permesso di compensare in termini di maggior occupazione i posti di lavoro perduti per la crisi impianti;
  2. disporre di << reali ed efficienti >> servizi amministrativi per irrobustire il tessuto urbano, vero centro degli investimenti;
  3. valorizzare l’ambiente naturale, preservarlo ed attrezzarlo purché faciliti la fioritura di un’agricoltura moderna, capace di articolarsi nelle direzioni della commercializzazione e della trasformazione e di un turismo civile non distruttivo e speculativo.

Da questa analisi, impietosa per certi aspetti, ma accompagnata da validissime proposte possono forse ricavare indicazioni per il futuro del Sud.

 

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