Giorgio Amendola: il Sud non è un’area depressa

 

Giorgio Amendola: il Sud non è un’area depressa

La Cassa del Mezzogiorno nacque il 4 agosto 1950, per ironia della storia scompare il 4 agosto 1984, in seguito al << giovedì nero >>, come hanno commentato autorevoli giornalisti della stampa nazionale, del governo: sono stati bocciati tre decreti, tra cui quello riferito ad un’ulteriore proroga della Cassa del Mezzogiorno: la nona.

La prima legge << meridionalista >> fu emanata nel dicembre del 1947; essa si basava su agevolazioni creditizie e fiscali; fu criticata dal Molinari che la considerò << un’imitazione dei provvedimenti del 1904 >> .
Tutte queste leggi e provvedimenti non avevano né tantomeno rilevavano una visione organica del problema, occorreva invece creare dei pre-requisiti, consistenti in investimenti pubblici, infrastrutture primarie, per stimolare e sollecitare l’imprenditoria locale e la borghesia più produttiva. Nacque così la Cassa per il Mezzogiorno, che costituì e suggellò << la prima grande iniziativa di programmazione moderna dell’Italia democratica del dopoguerra, ispirata al New Deal roosveltiano della Tennessee Valley e fu il risultato della battaglia dei meridionalisti democratici come Michele Cifarelli e Francesco Compagna che si ispiravano al pensiero di Dorso, Fortunato e Salvemini >> (Giovanni Russo da << il Corriere della Sera >>).


Contro l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno si batté soprattutto Giorgio Amendola.
Innanzitutto bisogna considerare e sottolineare che il parlamentare comunista non accettava che si definisse il Mezzogiorno come un’area depressa. << Delle aree depresse come delle aree sottosviluppate o arretrate si è cominciato a parlare dopo la grande crisi del 1932-33, particolarmente negli Stati Uniti… e la teoria sulle stesse è stata ripresa in questo dopoguerra e portata da un piano interno a quello internazionale, con gli sviluppi del Piano Marshall ed il punto 4 del messaggio di Truman del gennaio 1949. E quindi adesso sono di moda >> ( La democrazia nel Mezzogiorno ).


Il concetto di area depressa e di origine Kenesiana e sostanzialmente ha come referente la crisi ciclica del capitalismo. La zona depressa dovrebbe essere il corpo di espansione e di sfruttamento dei gruppi monopolistici; l’intervento dello Stato, secondo il pensiero amendoliano non è altro che un puro processo di colonizzazione. Il Mezzogiorno però non può essere considerato area depressa, esso costituisce un terzo del paese, ma soprattutto l’intervento dello Stato priva il meridione di ogni possibilità di un autonomo sviluppo economico, << né libera la popolazione dalle sue condizioni di miseria, mediante un miglioramento del tenore di vita. Essa invece viene sottoposta al giogo di quelle forze monopolistiche collegate con lo Stato ne hanno operato la cosiddetta valorizzazione >>.


L soluzione della questione meridionale è un’altra: non occorre un intervento dall’alto, ma come indica la stessa Costituzione, sarà l’autogoverno regionale a creare i propellenti e presupposti affinché il Sud possa trovare autonomamente, al di là e senza l’intervento dei gruppi monopolistici, l’iniziativa dei rimedi ai propri mali. << La Regione, cui  affidata dalla Costituzione la funzione di elaborare e realizzare i piani di rinnovamento, si oppone agli enti di colonizzazione >>. Il Mezzogiorno deve ostacolare una politica dei lavori pubblici. E’ fondamentale invece una politica di pace, che non si sperperino le ricchezze del paese nella preparazione di nuove avventure belliche, per scindere e spezzare i vincoli feudali e baronali.


Se per area depressa si intende mancanza di strade, di scuole, di ospedali, tutto ciò nel Mezzogiorno è palpitante, ma la causa è da ricercare nella storia. zz Sono il prodotto della tormentata e dolorosa storia meridionale, nascono da quelle cause strutturali della società meridionale…A Teano si incontrarono due Italie: un’Italia ancora semifeudale ed un’Italia in cui già era avviato uno sviluppo capitalistico… Per l’Unità nazionale fu compiuto il sacrificio, come si disse, ma si creò la questione meridionale >>.

Se perciò si vuole istituire un Ente che possa provvedere alla creazione delle infrastrutture primarie, è chiaro che si rafforzeranno le divisione tra i gruppi sociali e di classe, se il meridione è considerato un’area sottosviluppata. Si rafforzano in ultima analisi i ceti dominanti se si delinea una isolata politica dei lavori pubblici; accanto ad essa invece deve essere propugnata anche una politica a sfondo sociale mirante a salvaguardare gli interessi dei più deboli.
Incidere sulla realtà per un’autonomia locale, per sgravi fiscali, minor pressione tributaria: erano questi i punti fondamentali del pensiero di Giustino Fortunato; poche spese, antiprotezionismo, divisione della proprietà, una concezione allo stesso tempo liberale e liberista, che però urtava contro la borghesia industriale del nord e contro i baroni feudali >>.


L’intervento straordinario non può e non deve essere solo politica di lavori pubblici, questo tipo di politica è stata contemplata nelle numerose leggi speciali per il sud e anche dal fascismo, che destinava il 40% degli investimenti al meridione.
IL pensiero di Amendola del resto è stato riconfermato se non ripreso nei suoi temi dal PCI, ma non si può certo, come ha dimostrato il professore Pasquale Saraceno e ricordato Giuseppe Galasso, sminuire l’opera della Cassa per il Mezzogiorno.


<< L’intervento straordinario ha dato nel suo complesso un contributo rilevantissimo al progresso che si è avuto nell’insieme delle regioni meridionali; si può dire con fondamento che in oltre un secolo di vita dello Stato unitario non sia possibile identificare un’altra innovazione avente l’importanza assunta dall’intervento straordinario. Finché esiste un divario, la scelta non può quindi essere tra continuare o far cessare l’intervento straordinario, ma di accertare quale forma esso deve via via assumere nei decenni >> ( P: Saraceno ).

Con l’intervento straordinario almeno per gli anni ‘60 sono state create le infrastrutture, ma col tempo bisogna pur ammettere che esso si è esaurito, soprattutto negli anni ‘70; finché ha funzionato come doveva certamente realizzò un efficace e programmato intervento economico. La Cassa ha effettivamente cambiata come dice Ruffolo << la civiltà materiale del sud, ma non ha creato una classe dirigente, cioè amministrativa e imprenditoriale, locale >>.

Ma quale è stato il male oscuro che ha ucciso la Cassa per il Mezzogiorno? Gli enti locali non hanno funzionato doverosamente, lo stesso  senatore comunista Chiaromonte affermava su << L’Unità >> che esiste una fitta rete di clientelismo che in certe zone si intreccia con mafia e camorra, occorre tagliare i fili del potere occulto o come Giovanni Russo lo definisce << meridionalismo di stato >>.


Adesso occorre voltar pagina; non si può certo proporre una politica assistenzialistica, ma indicare gli strumenti adatti per il piano triennale per il sud preparato tempestivamente dal Ministro Salverino De Vito. La centralità della politica economica è nel sud; perciò, come ricordò Luigi Einaudi, lo Stato adempia il suo ufficio che è quello di creare le premesse della vita civile senza concessioni alla mera illusione, quando non sia mero imbroglio demagogico.

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