Gaetano Salvemini: puntare sulla crescita civile del Sud

Gaetano Salvemini: puntare sulla crescita civile del Sud

 

Pugliese, allievo di Pasquale Villari, si può considerare un grande meridionalista; non solo per questo il nome di Salvemini è importante nella storia di Italia, quanto anche perché è stato il più insigne biografo e storico di Giuseppe Mazzini, e soprattutto per il fatto di essere stato il più grande avversario di Giovanni Giolitti. Di ricordi il famoso libro che uscì in Italia nel 1909, e suscitò grande scalpore, << Il Ministro della malavita >>.

La problematica meridionale ha trovato in Salvemini un capostipite e il socialista più attento conoscitore dei grandi problemi del Sud.

Per uno sforzo di sintesi, che può apparire anche superficiale se si considera la statura del personaggio, occorre soffermarsi necessariamente su tre aspetti fondamentali dell’analisi salveminiana:

la battaglia per l’introduzione della proporzionale, il federalismo come sistema politico e amministrativo del nuovo Stato democratico, la speranza di un impegno profondo del partito socialista per l’educazione e l’inserimento delle masse contadine del Sud nella vita politica, economica e sociale della nazione.

Con il suffragio universale il contadino del Sud può condizionare ed esprimere una politica, altrimenti la forza su cui si potrà contare sarà sempre il proletariato del Nord.

In questa grande alleanza credeva Salvemini, per il rinnovamento dello Stato democratico-risorgimentale, ma, a differenza di Gramsci, che guardava alla conquista del potere attraverso la lotta di classe, secondo altri invece con l’egemonia del proletariato sulle altre classi, Salvemini riportava questa alleanza in un tentativo di riforma totale dello Stato laico risorgimentale.

<< In questo aspetto egli concorda col riformismo socialista, respingendo anche il caotico e non costruttivo tentativo dei sindacalisti rivoluzionari di interpretare e capeggiare la spinta rivoluzionaria dei contadini. Solo che per i riformisti il rifiuto di un legame con l’assalto dei contadini poveri ai proprietari è giustificato con ragioni di carattere dottrinario, mentre in Salvemini ha motivazioni democratiche e risorgimentali >>. (R. Villari). La differenza è importante perché non solo esclude qualsiasi tentativo rivoluzionario, quanto è proteso al rinnovamento dello Stato risorgimentale, cioè all’inserimento delle masse in quello Stato, chiuso come una consorteria.

<< Ora della classe latifondista e della classe proletaria, nel parlamentino è rappresentata la sola classe latifondista. Il nostro sistema elettorale, dando il diritto di voto solo a chi sa leggere e scrivere esclude dal diritto di voto tutto il proletariato meridionale. Per questa ragione, laddove nel Settentrione i collegi elettorali contano 5, 6 fino a diecimila elettori, nel Sud gli elettori sono infinitamente meno numerosi… E’ inutile star a dimostrare quanto sia cretino il sistema elettorale che fa dipendere la capacità politica dal saper leggere e scrivere: ognuno di noi conosce dieci analfabeti pieni di buon senso e dieci professori d’università perfettamente idioti fuori dei loro studi. Il sistema però non deve apparire cretino ai proprietari meridionali dal momento che è di essi il monopolio politico >>.

E’ chiaro che se non è possibile esprimere un voto, chi avrà sempre la facoltà e il diritto, per non dire il potere, di decidere saranno sempre in pochi; in tal modo, dice Salvemini, il governo può permettersi ogni cosa, qualunque arbitrio e prepotenza. Un ministro può sciogliere un consiglio comunale, può fornire armi ai camorristi e mafiosi, potrà lasciare un’amministrazione in mano a sindaci delinquenti. Ecco perché nel Meridione è radicata una mentalità reazionaria, è giustificata l’intolleranza verso una classe dirigente che non solo soddisfa le esigenze di pochi, quanto commette ogni sopruso e ingiustizia.

Se il suffragio universale può contribuire all’espressione di idee politiche di una fetta della popolazione italiana sempre ai margini, l’inserimento della stessa è possibile solo attraverso uno Stato federale. Le cose non possono cambiare solo con il voto concesso a tutti ma con una profonda autonomia della gestione pubblica; il pugliese come anche Nitti e Don Sturzo non credeva in una improvvisa maturazione della popolazione meridionale, ma sperava in un cambiamento che sarebbe potuto avvenire solo attraverso un reale interessamento dei problemi, cioè che dei problemi direttamente si sarebbero dovuti occupare i meridionali. << Il federalismo decentrerebbe ad un tratto la reazione lasciandola debole nel Sud, mettendola in minoranza nel Nord. Assicurerebbe sin da principio la prevalenza nella politica generale della nazione alle correnti democratiche; intanto faciliterebbe straordinariamente l’educazione politica delle masse meridionali >>.

Supponiamo che l’esercito incaricato di difendere l’ordine pubblico nel Sud sia composto da contadini, supponiamo che gli interessi locali siano discussi anziché a Roma nella propria città, date insomma alla Italia meridionale uno stato federale: il proletariato si educherebbe ben presto all’amministrazione locale spinto dal suo interesse immediato, la piccola borghesia assumerebbe un atteggiamento autonomo, la ricchezza rimarrebbe nel paese, in pochi anni il Mezzogiorno diventerebbe un elemento di progresso.

Tutta la costruzione e l’impalcatura del pensiero salveminiano era sostanzialmente basata sull’impegno del partito socialista per l’educazione della popolazione meridionale; in questo il pugliese fu profondamente deluso. << Se il partito trascura completamente la popolazione meridionale, se si preoccupa soltanto per coloro che già sono organizzati e ricchi di forza elettorale; se abbandona se stessi agli altri disprezzandoli e quel che è peggio come poltroni indifferenti incapaci, traligna dal metodo socialista e si comporta come una forza di minoranza. Il partito socialista ha il dovere di educare il popolo meridionale, invece via via che ci rafforziamo cresce l’indifferenza e l’egoismo >>.

E’ questa una realtà amara per Salvemini che, anche se verrà soddisfatto dalla istituzione del suffragio universale, si accorgerà che impossibile era rompere l’alleanza tra le forze trasformistiche e reazionarie del paese: questo è il vuoto nell’opera del pugliese, un vuoto colmato solo da Luigi Sturzo, che volle fondare un partito per un impegno perseverante verso la popolazione meridionale.

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