Francesco Saverio Nitti: Il Mezzogiorno colonia di consumo per la grande industria del Nord

Francesco Saverio Nitti: Il Mezzogiorno colonia di consumo per la grande industria del Nord

Recentemente a Potenza si è svolto un convegno sull’opera di Nitti meridionalista; per capire il suo pensiero occorre rifarsi non solo ai suoi scritti ma anche alla sua azione di uomo politico. Nitti, infatti, è stato il promotore del processo di nazionalizzazione dell’energia elettrica e della costituzione di impianti siderurgici a Bagnoli. Erano, queste, iniziative legislative dei primi anni del secolo, quando Nitti non era ancora deputato.
Tutto ciò rientrava nel suo piano di rinascita per Napoli, ma erano anche realizzazioni tendenti a stimolare la borghesia del luogo, affinchè effettivamente si potesse parlare di una reale operatività per la questione meridionale. Il pensiero del grande statista lucano possiamo sintetizzarlo, pur sapendo che non si può esaurire in poche parole, in quattro punti: sgravi fiscali, rinnovamento della cultura in senso tecnico, iniziative di legislazione sociale, intervento dello Stato per promuovere e creare i propendenti dello sviluppo del ceto medio in una logica di autonomo progresso economico.

L’Unità d’Italia si è fatta grazie al << sacrifizio >> del Sud; bisogna dire la << verità >>, sfuggire ai tanti luoghi comuni, che addirittura collocano il Mezzogiorno in una posizione di inferiorità etnica e graziale.
“La verità è che l’Italia meridionale ha dato dal 1860 assai più di ogni altra parte d’Italia in rapporto alla sua ricchezza, paga quanto non potrebbe pagare, e lo Stato cosa ha speso per essa? Ci sono delle regioni dove è assenteista. La ricchezza del Mezzogiorno, che poteva essere il nucleo della sua trasformazione economica, è trasmigrata subito al Nord. Le imposte gravi e la concentrazione delle spese dello Stato fuori dell’Italia meridionale, hanno continuata l’opera di male. Non vi è ora cosa alcuna, tranne l’imposte, in cui il mezzogiorno non venga ultimo.”


Al momento dell’Unità d’Italia il meridione aveva tutti gli elementi per trasformarsi: un grande demanio pubblico, ricchezza monetaria, un credito pubblico solido; la questione, invece era un’altra, e va individuata nella mancanza di educazione e nell’ambiente politico. Ciò era stato brillantemente rilevato dal grande economista napoletano Antonio Scialoja nel saggio << I bilanci del Regno di Napoli e degli stati sardi>>; era evidente la diversa impostazione culturale e politica tra l’ambiente settentrionale e quello meridionale: il primo propenso all’investimento, il secondo teso a tesaurizzare. Ecco perché all’indomani dell’Unità d’Italia il bilancio del Regno delle due Sicilie era all’attivo e tutto ciò comprovava la necessità della formazione della borghesia. Se esisteva un ceto medio, come giustamente dice Gabriele De Rosa, esso era tutto teso ad imitare una scialba e vacua classe aristocratica << sollazzata tra privilegi di corte >> (Antonio Genovesi).

<< E’ innegabile che politicamente i meridionali hanno rappresentato un elemento di disordine; concordi nel chiedere una legge speciale, un sussidio, sovvenzioni per danneggiati politici spesso immaginari, sono discordi in ogni grande opera collettiva… Politicamente l’Italia meridionale è assente: non è né conservativa nè conservatrice né liberale né radicale. E’ apolitica. E’ stata troppo tormentata, ha troppo dato, ha troppo sofferto. Vorrebbe avere un po’ di equilibrio e di assetto; la possibilità di respirare e di vivere >>. I Borboni che persero il Regno da un giorno all’altro erano molto amati dal popolo. Essi lo volevano ignorante e felice; i paesi che non fanno politica sono i più rivoluzionari, in essi sottoposti a cieche dominazioni, si cova l’odio, che da un momento all’altro può scoppiare. Forse era di questo che la classe liberale all’inizio del secolo aveva paura e i tumulti ne erano un’effettiva dimostrazione.
I meridionali sono quelli che pagano più tasse, non hanno assistenza, lo Stato di essa si disinteressa: << avevo sentito in Lombardia che i meridionali non pagano e negli occhi e nel cuore ho ancora l’immagine di centinaia di famiglie scacciate dalla terra perché non avevano potuto pagare le imposte; avevo sentito dire che non lavorano e le povere plebi rurali avevo visto lavorare fino ad esaurimento >>.


Ma il passato deve essere una grande scuola; da cui l’impegno di Nitti da deputato e presidente del Consiglio per promuovere la rinascita del Mezzogiorno. Nella sua lucidissima analisi egli individuava le cause di un mancato sviluppo economico. Se consideriamo che Nitti ebbe un ruolo determinante nel progetto per l’avvenire di Napoli messo a punto con la legge speciale del 1904, ci rendiamo conto di quali potessero essere le sue capacità di elaborare ampi e moderni piani di sviluppo per il Sud.


<< Napoli è una città la cui popolazione aumenta, ma diminuiscono i beni di prima necessità; mancano i capitali e una borghesia industriale, né nel popolo ritroviamo un’educazione tecnica adatta ad un concreto sviluppo. D’altronde ha però un porto, ci sono grandi forze idrauliche, messe a breve di stanza e facilmente utilizzabili; in sostanza abbiamo condizioni naturali adatte allo sviluppo e tali da richiamare non solo i capitali nuovi in cerca di investimento, ma industriali già esperti >>.


Non possiamo certamente tratteggiare in queste note il grande progetto, ma possiamo però rilevare che Nitti evidenziò il ruolo che l’industrializzazione
poteva avere nel processo di modernizzazione di Napoli e del Mezzogiorno e fu tra i primi ad individuare la particolare questione di Napoli nell’ambito della più grande questione meridionale. Il pensiero di Nitti è stato, come ha ricordato Aquarone, forse più teso ad un’<< educazione >> che ad una << emancipazione >>.


<< Facile l’accusa ripetutamente e da più parti rivolta a Nitti di avere egli stesso contribuito a togliere concretezza e incisività d’applicazione al suo programma meridionalistico, ancorandolo ad una concezione politica di sapore illuministico e fortemente elitario, che puntava sull’educazione piuttosto che sull’emancipazione, sul riformismo tecnico, piuttosto che sulla radicale trasformazione dei rapporti sociali e delle strutture produttive.
Ciò che va comunque riconosciuto è che la centralità assegnata da tutto il discorso nittiano all’esigenza di un mutamento profondo di mentalità, di costume, di preparazione intellettuale, da parte di una classe dirigente che per troppo tempo non aveva saputo rinnovarsi nella capacità e nella volontà, nella visione del proprio ruolo e nell’analisi della realtà del paese e delle condizioni per il suo progresso civile, rispondeva in modo particolare alle caratteristiche peculiari della società meridionale e ad una delle sue principali ragioni di debolezza intrinseca e di inferiorità rispetto al Nord >>. (A. Aquarone).

E’ pur vero che Nitti è stato un caposcuola e il suo pensiero è stato di insegnamento per tutti i meridionalisti delle successive generazioni avendo egli conferito maggiore specificità all’analisi della questione meridionale che, da buon professore di scienza delle finanze, trattò sempre con dovizia di dati ed organicità di argomentazioni senza tralasciare concrete proposte risolutive per taluni problemi particolari.

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