De Viti De Marco: la battaglia contro il protezionismo

De Viti De Marco: la battaglia contro il protezionismo

 

Si è sempre parlato di un Nord profondamente ricco, industrialmente all’avanguardia e agganciato al treno europeo (Cavour quando era ministro nel governo D’Azeglio concluse trattati commerciali con l’Inghilterra e Francia) e di un Sud povero, con un’agricoltura ancora ad uno stadio primitivo, condotta e praticata ancora con mezzi rudimentali.
Indro Montanelli nella sua Storia d’Italia in riferimento al problema meridionale ha avanzato e caldeggiata la tesi secondo cui l’agricoltura del Sud non è mai stata come quella inglese, cioè propellente e presupposto di un sano sviluppo economico e perciò industriale. Quella inglese infatti già nel lontano settecento era di stampo capitalistico e non a caso sarà proprio in Inghilterra che attecchirà la rivoluzione industriale. Tra l’Inghilterra e l’Italia c’è una grande differenza, ma quel criterio a cui si riferisce Montanelli, non è stato applicato nemmeno quando è stata raggiunta l’unità, sia politica che di mercato.


Ma quali erano effettivamente le condizioni economiche dell’Italia dopo l’unità? Così scrive l’economista Gianni Toniolo ne << L’economia italiana 1861-1940 >> << L’eredità del blocco continentale, la frantumazione del mercato nazionale, la condizione feudale che impedì, fra l’altro, il pieno sviluppo della borghesia autoctona sembrano condizioni sufficienti a spiegare un ritardo economico di notevole rilievo rispetto all’Europa nord-occidentale. I primi trent’anni di storia unitaria vedono aumentare anziché restringersi, come ci si potrebbe aspettare a priori e come avvenne per la Germania unita, il divario economico tra l’Italia e i paesi europei più avanzati >>.
Rosario Romeo, invece, nel suo saggio << Risorgimento e Capitalismo >>, quando tratteggia l’aspetto economico, pone in evidenza una costante della sua tesi: l’agricoltura è stata la fonte di reddito e di risparmio nei primi anni dopo l’Unità ed ha fornito i capitali essenziali per la creazione delle infrastrutture primarie.
Il guaio è che dopo la creazione delle ferrovie, strade ed altre strutture necessarie per un paese ancora piccolo, tutti gli investimenti si sono concentrati nell’industria e l’agricoltura è stata abbandonata, nonostante i suggerimenti di quel gran conservatore che fu Stefano Jacini. Lo scotto e la gabella più salata sono stati pagati dagli agricoltori negli anni del protezionismo industriale. E’ inutile stare a discutere se fu giusto o meno introdurre la tariffa protezionistica, perché secondo alcuni essa ha beneficiato l’industria appena nascente, visto che oramai per la concorrenza d’oltreoceano l’agricoltura era spacciata, secondo altri invece essa ha sì alimentato il processo d’industrializzazione italiana, ma ha fortemente penalizzata l’agricoltura, accentuando quella dislocazione di capitali verso l’industria medesima e sovvertendo l’ordine  dei prezzi, visto che questi ultimi sono diminuiti proprio nel versante agricolo.
Tra coloro che combatterono la battaglia antiprotezionistica occorre privilegiare De Viti De Marco che nel << giornale degli economisti >> spiegò tecnicamente, con confacenti e validissime argomentazioni economiche, come la tariffa poneva ostacoli insormontabili al progresso dell’agricoltura meridionale.
Chi è stato De Viti De Marco nella cultura economica e meridionalistica lo spiega efficacemente Giampiero Carocci nel saggio << Giolitti e l’età giolittiana >>.
<< Il meridionalismo di De Viti De Marco fu formalmente quello più coerente. Sostenere una politica radicale che avesse per base il problema del Mezzogiorno, implicava una netta opposizione di carattere democratico, contro i grandi interessi protetti dallo Stato >>.
Se infatti il meridionalismo di Fortunato era interclassista, quello di De Viti De Marco era teso alla protezione dei piccoli proprietari terrieri, dei produttori ortofrutticoli, cioè degli esportatori. Fortunato aveva posto all’attenzione dell’opinione pubblica soprattutto il problema demaniale e quello di un necessario sgravio tributario anche per una adeguata formazione del capitale, De Viti De Marco sottolineava l’importanza di eliminare il protezionismo. Quest’ultimo giovava oltre che all’industria e agli agrari del Nord, ai latifondisti meridionali e colpiva i piccoli proprietari e gli esportatori meridionali. << L’ideale di De Viti De Marco, continua Carocci, era quello di una coerente democrazia rurale, sensibile più alla difesa del consumatore che ai problemi della produzione. Ne derivava un atteggiamento pugnace, combattivo, che aveva vivo il senso della lotta politica e delle forze che sarebbero occorse per mobilitare e contrapporre nel Mezzogiorno i contadini ai dominatori >>.
<< Vendere i nostri prodotti, questa è la domanda sintetica dei nostri agricoltori, questo è il ritornello che porta la questione meridionale alla causa più profonda; quella che ministro e opposizione sono egualmente gelosi di nascondere: la politica doganale. Vendere i nostri prodotti equivale a rialzare la produttività della nostra terra>>.
Ciò suppone vendere a prezzo più alto, aumentare la quantità, mutare la qualità. Impone anche quello che De Viti De Marco definisce il << principio compensatore del tempo >>.
Si tratta in sostanza di produrre un’agricoltura che ha la sua base nella vinicoltura in modo tale che nelle annate cattive possono essere venduti quei vini posti ad invecchiare, per evitare che gli agricoltori nei periodi difficili della produzione possano effettivamente restare senza capitali.
Accanto a tutto questo occorre anche un << capitale intellettuale >>, cioè una preparazione tecnica industriale della nostra gioventù senza la pletora inutile di letterati, impiegati, avvocati, medici, ingegneri.
<< Ma per intanto la nostra agricoltura resta esportatrice, ma è fortemente penalizzata con la tariffa. La politica commerciale del nostro governo non è riuscita ad aprire nuovi sbocchi ai nostri prodotti; noi dobbiamo insorgere contro il protezionismo e proclamare il libero scambio >>.

L’agricoltura meridionale incontra il suo periodo più nero durante la guerra del vino con la Francia.

<< Ecco le due cause della depressione economica cronica dell’Italia meridionale. L’una è dovuta al protezionismo francese, l’altra al protezionismo italiano; essi si sommano e producono un danno duplice. Poiché, se alla tariffa francese l’Italia non avesse risposto con una tariffa che ha rincarati i manufatti, è evidente che col grano e col bestiame e col vino sia pur deprezzati avremmo sempre comperati più abiti, più rotaie, più corazzate di quanti ora possiamo. Così si ragione e si continua a calcolare, così ha ragionato l’Inghilterra, il suo commercio si contrae ad ogni mercato che si barrica >>.
Il protezionismo non solo portò notevoli vantaggi alle industrie del Nord, ma anche agli agrari meridionali; più efficacemente Saraceno ha sottolineato che << la situazione del Mezzogiorno fu aggravata dal peggioramento del rapporto di scambio fra prodotti agricoli e prodotti industriali provocato dall’innalzamento del livello di protezione della produzione industriale. Per di più il Mezzogiorno fu gravemente danneggiato dalle contromisure prese dai paesi che ritennero indebitamente colpite le proprie industrie esportatrici dal nostro indirizzo protezionistico >>.

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