Giordano Bruno: il profumo inebriante dell’eresia

Giordano Bruno: il profumo inebriante dell’eresia

 

Giordano Bruno ha aperto le porte alla filosofia moderna, ha scandito il tempo della filosofia nova, ha l’eroico furore dei vaganti di notte, dei posseduti da Dioniso, degli iniziati che, avviluppati in una danza a spirale, sfondano i secoli inutilmente pesanti degli umani. Possiede l’amore che ratto s’apprende ai cor,adepto dei sacri misteri di Orfeo, continua il suo canto, in nome di una necessaria follia che diventa magia naturalis.

 

 

Un’unica forza, l’Amore, unisce infiniti mondi e li rende vivi. Un cuore sacro si slancia verso l’universo intero. L’Infinito, che supera lo spazio e il tempo, che abbatte ogni parete, che trascura ogni dimensione,  domina ed apprende il vuoto.

 

Si adatta al filosofo Nolano quello che scrisse Pico della Mirandola” O’ Sole che spazzi via le tenebre dell’ignoranza, che unifichi con i tuoi raggi tutte le creature sopra e sotto il cielo, che dispendi calore a tutti gli uomini… allarga la mia mente, permetti ch’io possa comprendere l’unità del creato , dell’essere unificante, dell’uno al di fuori dell’apparenza (E’ il passo detto della Bellezza in comune di Pico della Mirandola. Sta in commento II, VI di Eugenio Garin. Edizione a cura dell’ Università di Firenze, 1942, pag. 495-496-Tratto da Gabriele La Porta Giordano Bruno Vita ed avventure di un pericoloso maestro del Pensiero-Capitolo La Cena delle beffe).

Giordano Bruno sostiene la filosofia che rimuove ogni superstizione, che si riconnette alla suprema visione della Divina Bontade: nel creato, non separato dall’Altissimo, egli vede le vestigia di Dio. La sua è la filosofia che  si apre ai sensi, accontenta lo Spirito, magnifica l’intelletto e porta l’uomo alla vera beatitudine, lo fa godere dell’essere presente e non più temere di sperare del futuro (citazione riportata in Michele Ciliberto- Giordano Bruno- Editore Laterza- Edizione 2005- pag. 121).

 

La nova filosofia incide, e non può non incidere se è vera filosofia, nel vivere degli uomini.

 

Non è vero che Dio sia isolato dal mondo, non è vero che il cielo sia isolato dalla terra, non è vero che l’universo sia finito, non è vero che la terra ne sia al centro,  immobile. Non è vero che l’uomo sia impossibilitato a raggiungere, senza mediazioni, il pensiero Divino.

Cielo e terra sono retti da identiche leggi e da un solo destino. I pianeti terrestri  si ricongiungono agli astri celesti; vi è un’ unità inscindibile del creato, che comporta l’infinità dell’universo, perché Dio, Infinito, non può che aver creato un infinito effetto.

 

 

Non vi sono centri privilegiati, il mondo è un universo abitato da infiniti mondi e Dio è principio unificante ed ordinante, Anima Mundi, che si identifica ineluttabilmente nella bellezza del creato, mai esausto, mai appagato della sua divina creazione. Dio e universo sono accomunati nell’unità della Vita, sono intrecciati “Io– scrive Bruno- dico che l’universo sia tutto infinito, non ha margine, termine, superficie. I mondi sono innumerabili, Dio è totalmente infinito e lui è in tutto il mondo”(De Infinito– citazione tratta da Michele Ciliberto- Ibidem- pag. 109).

 

Dalla infinità totale scaturisce la coincidenza piena di libertà e necessità. Nell’universo non vi sono muraglie,  la sua vicissitudine, la sua vanitas si rinnova.

 

C’è la renovatio di ogni cosa, perché si deve esprimere la Bellezza del ritratto di Dio nella natura, magnificarne la sua grandezza. L’Infinito non si lascia serrare, irretire, non è fisso, né immutabile, sfonda ogni limite e la vicissitudine della vita si rinnova incessantemente. Seppure la morte dissolve tutto, invecchia la materia, tuttavia il desiderio della vita è in agguato, bramoso, perché alla povertà segua la ricchezza, alle tenebre sovvenga la luce.

Bruno compie veramente la rivoluzione di Copernico, non solo toglie alla terra la posizione di centro dell’universo, ma compie un passaggio qualitativamente nuovo, che va al di là della ragione calcolatoria. Infatti, l’Infinito non ammette centro, confine, e sta dentro ogni individuo, che è potenza, fascio di energie di vita. Nella filosofia di Bruno, come dice Biagio De Giovanni, vi è l’inizio radicale di un nuovo pensiero. L’infinito di Bruno è idea, immaginazione, sintonia magico-ermetica di una mente con il mondo. Non poteva nascere dalla sola ragione calcolatoria di Copernico, che ricercava misure. Non sono le linee e gli angoli che fanno scaldare, ma il fuoco dell’anima: il suo amore.

L’Infinito di Bruno esiste dunque nell’individuo presente a sé, punto effettivo di ogni cosa, risposta moderna alla morte della tradizione, sguardo che penetra nell’atto di nascita della vita ed incessantemente ne riscopre la straordinaria energia: l’occhio, liberato da tutte le superstizioni, riesce finalmente a vedere. La fine di ogni garanzia spaziale si tramuta in infinita potenza energica di ogni cosa, che ha il suo principio vitale e non si disperde.

Il Nolano ha ridato la vista ai ciechi e la lingua ai muti che non sapevano, perché ha liberato la nostra ragione dai ceppi, la vita dalla tradizione morta (passim- pag. 4 a 21. Biagio De Giovanni- L’infinito di Bruno in Il centauro- 1986- per gentile concessione dell’ Istituto italiano degli studi filosofici- Napoli).

 

La speculazione di Bruno è tesa in modo perseverante, insistente, che non dà tregua al desiderio, a rivalorizzare il concetto della molteplicità creativa.

 

Si individua la dialettica del desiderio aperta all’autodeterminazione, alla libertà che cerca l’amore uguale, dissolvendo il disegno della salvezza di un altro mondo. Non vi è separazione tra Dio e l’uomo, trasformazione, opposizione. L’Infinito è in primo luogo amore desiderante, libertà da ogni vincolo, relazione indissolubile fra astri solari e pianeti terrestri, sintonia che non perde mai il contatto con la vita. L’universo di Bruno è pluricentrico, in esso vi è la libertà che supera la vicissitudine, la materia morta, perché il desiderio si diffonde e dispiega nei mondi e in essi risiede. (Per lo Spirito della rivoluzione- il concetto dell’Infinito di Giordano Bruno a cura di Stefano Ulliana- La dialettica del desiderio).

Negli Eroici Furori Giordano Bruno si riconnette al Cantico dei Cantici della sacra Bibbia, per esprimere la sovrabbondanza del principio divino, che si lascia afferrare solo dopo che l’uomo, grazie all’amore, esca dalla vanitas per accedere ,senza mediazioni, al campum veritatis.

Giordano Bruno bandisce l’ozio insipiente che porta l’uomo nel letargo della privazione che non gli consente di vedere. Nei Furori si mira invece alla praxisdel furioso, impegnato con le sue forze nella travagliosa ricerca della verità. E’ valorizzato il merito individuale di  ciascuno: l’uomo nello stato travaglioso deve conoscere Dio.

Si apre il mito di Atteone, grazie al quale Giordano Bruno ci spiega che ,con il beneficio d’amore, si può conoscere la divina bellezza. L’uomo vede, come Atteone cacciatore vuole vedere, la Diana ignuda, bellezza della natura, nella quale si riflette quella del Dio Apollo.

Atteone vaga per il bosco, non conosce i luoghi e viene condotto dal destino nella grotta sacra a Diana, ove la dea si sta rinfrescando dopo la caccia in compagnia delle sue ninfe: egli la sorprende senza vesti, le ninfe si stringono tutte intorno alla dea, per proteggere il suo corpo dallo sguardo di Atteone e il viso della dea si imporpora. Allora Diana, non avendo a portata di mano le frecce, getta acqua sul viso del giovane lo trasforma in cervo. Ovidio dice Additus et pavor est, che significa: ”Fu aggiunta anche la timidezza”. Vi è dunque una vendetta di Diana, il cu pudore è stata violato. Perciò ella trasforma il suo cacciatore in un timido cervo.

Bruno, dal mito, fa derivare che l’uomo stesso, che tenta di vedere Dio, diventa caccia e apprende dunque Dio in se stesso. Come dice Nuccio Ordine compie un cammino verso la Divina Sapienza, ma solo nell’incontro con Diana, riflessa nelle acque, capisce che ciò che stava cercando è dentro di lui e che, la divinità tanto bramata, non è al di fuori di chi la cerca.

Si rovescia la situazione: il cacciatore, bramoso di preda, viene cacciato avidamente: Atteone rappresenta l’amore per la conoscenza, la tensione furiosa del desiderio di abbracciare l’Infinito. Nel Furioso, convive la consapevolezza della propria finitudine, ma anche l’energia fisica di aprirsi ad una nuova vita: come la farfalla, egli è attratto dalla luce, dalla fiamma che può togliergli in un momento l’esistenza. Ma, nonostante ciò, desidera svanire nelle fiamme dell’ardore amoroso. Diana rappresenta la natura infinita ,attraverso cui si manifesta la divinità assoluta, incarnata nella luce di Apollo. Soltanto nell’incontro con Diana Atteone scopre che quella divinità ,che è tutto in tutto, anima ogni cosa, gli appartiene ed è parte di lui e, da dentro, lo vivifica (Maria Panetta- il mito di Atteone negli Eroici furori di Giordano Bruno).

Il furore del mito di Atteone è un’esperienza eccezionale ed unica. Molti rimangono contenti della caccia delle fiere, ma sono pochi quelli che hanno lo straordinario privilegio di voler vedere Diana ignuda. Bruno ha in sé non il furore asinino della tradizione, ma quello eroico che provoca il disquarto di se stesso. Qui vi è la disposizione del soggetto che vuole apprendere la conoscenza divina, che tende disperatamente alla comprensione dell’Infinito per ritrovarlo in sé. Perciò ,se la divinità vuole essere cercata, non può giungere ad altri, se non a coloro che la cercano e non può essere dono spontaneo e gratuito, ma il risultato di un incontro che si concede soltanto a chi ha il travaglio del furioso.

 

L’amore eroico è un tormento, perché non gode del presente, ma del futuro e della bramosa assenza. Dunque, la felicità è intimamente legata per l’uomo alla tensione verso il futuro.

 

Nei Furori, Bruno si confronta con il  Cantico dei Cantici e ripropone il tema della morte di bacio, che è la perfetta ed intima unione che l’amante possa avere con la sua amata, unione di bacio, oltre la quale non è possibile altra copula, perchè l’anima nel ratto intellettuale si unisce alle cose separate.

 

Nella Cantica ,infatti, si dice:” Baciami coi baci della bocca tua”.


In Giordano Bruno il tema del bacio si risolve nel travaglio eroico che si dimostra con la verità ed il languore, in una esperienza che coinvolge fino in fondo anima e corpo in un nodo indissolubile. Ecco perché la divina luce si offre sempre a chi la chiama. Come ha detto Origene: “ Dio sta presso la parete o dietro la parete, in modo da non essere nè del tutto nascosto nè del tutto visibile”.

La parola di Dio non si rivela all’aperto e alla presenza di tutti, ma viene trovata solo se è stata cercata.

Nel mito di Atteone, il cacciatore, quando vede la Diana ignuda, non vede semplicemente un quid imaginis, ma la dea, non tuttavia la luce, Apollo, il principio originario ed assoluto. Dunque la sua ombra e non la genitura.

Il disquarto di Atteone illumina una conquista fuori dal comune, pur rimanendo nell’orizzonte. Il furioso ,con l’occhio, intravede l’unità, il principio radicale, ma non la vivida luce di Apollo.

Dunque Atteone, gran cacciatore  diviene caccia. Andava  per predare e rimase preda, perché si vide convertito in quel che cercava.

Tansillo ,nel quarto dialogo degli Eroici Furori, ci dice che l’amore procede dal vedere, perché con l’atto del vedere si offrono le cose belle e si desiderano le cose che bisogna amare. Attraverso lo specchio delle similitudini si giunge alla contemplazione della divinità, senza tuttavia sfiorarla e toccarla, ma sentirla.

Giordano Bruno fu, quando tornò in Italia nell’agosto del 1951, denunciato dal Mocenigo al tribunale della Sacra Inquisizione di Venezia. Tra le accuse più importanti, che rimase ferma anche nel processo che subì davanti al tribunale romano della Sacra Inquisizione,vi fu quella di sostenere “l’esistenza di molteplici mondi e la loro eternità”.

 

 

Il cardinale Bellarmino, lo stesso Papa Clemente VIII, avrebbero voluto che lui abiurasse, ma come ci spiega nel suo magnifico saggio Luigi Firpo- Il processo di Giordano Bruno- il Nolano tenne fermo in modo pervicace, ostinato la sua posizione e fedeltà al credo filosofico. Scrive Firpo: “Il 10 Settembre 1599 davanti all’intimazione  del cardinale Bellarmino che avrebbe voluto l’abiura di tutte le sue tesi, Bruno si proclama disposto alla più larga obbedienza, ma non a rinnegare il suo credo filosofico. Egli chiede un compasso per dimostrare la infinità dei mondi. Si genera in lui la persuasione di essere vittima di una congiura di teologi, che vogliono far passare per errore ed eresia quella che è la filosofia della libertà. Bruno si sdegna per l’incomprensione dei giudici, per vedersi inascoltato dallo stesso Pontefice, in cui tanto aveva sperato fino al distacco ultimo che lo condusse a morire, martire e volentieri, spoglio ormai di ogni illusione terrena, con la coscienza di perire per ingiusta sentenza, ma fedele alla verità di cui si sentiva portatore. Ripensava forse ai versi dell’amato Tansillo che aveva accolto negli Eroici Furori” Mi accorgerò che cadrò morto a terra, ma quale vita pareggia il morir mio?”(Firpo Il processo di Giordano Bruno Salerno Editrice passim da pagina 108 a pag.115).

 

Morendo per la sua filosofia Bruno dimostra l’immanenza del divino nella natura. E’ questa una filosofia che distrugge la vecchia fede ed anticipa Spinoza.

 

Nello stesso verbale dei buoni padri della Confraternita di San Giovanni Decollato che assisterono Giordano Bruno nelle ultime ore accompagnandolo dal carcere al rogo, trema la fulgida commozione di quello spettacolo di eroica fermezza, con cui la filosofia s’accampò contro una giustizia destinata a tramontare. Dio è sceso in terra nell’animo nostro come verità, come bellezza, come infinito ed eterno (Giovanni Gentile- Giordano Bruno nella storia della cultura- passim- capitolo VIII- l’eroismo e l’eredità morale di Bruno).

Non vale, ha scritto Aldo Masullo, se ancora la Chiesa si appella al giudizio storico-giuridico per ritenere che, con  Giordano Bruno, si sia avuto il più rigoroso rispetto per le norme procedurali che regolavano il processo accusatorio. Non si può infatti evitare l’inquietante domanda di fondo. Sul terreno delle scelte istituzionali la Chiesa, incorporandosi nella legalità della pretesa giuridica, di fedeltà religiosa e sotto pena di morte, non ha forse tradito l’originaria legittimazione che non da altro le deriva, se non dal principio evangelico dell’assoluto rispetto della coscienza della vita? (Aldo Masullo- Giordano Bruno Maestro di Anarchia –pag. 21- Edizioni Saletta dell’Uva).

 

 

Negli Avvisi di Roma di Sabato 19 Febbraio 1600 ( ci ricorda Eugen Drewermann- Giordano Bruno il filosofo che morì per la libertà dello Spirito Bur Saggi passim 282-285) fu pubblicato questo resoconto. “Giovedì mattina 17 Febbraio in Campo dei Fiori fu bruciato vivo quello scellerato frate domenicano di Nola, eretico stimatissimo che diceva di voler morir come Martire e che la sua anima ascesa con quel fumo sarebbe volata in Paradiso”. Quando Giulio Materenzii concluse la lettura dei capi d’accusa contro l’eretico impenitente, narra il Conte di Ventimiglia, uno dei suoi allievi,  Giordano Bruno balzò in piedi e non volle baciare il Cristo, a cui non volse neppure lo sguardo ed esclamò: “E’ forse maggiore la paura vostra nel pronunciare la sentenza della mia nel riceverla”.

 
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