Donna, poesia che allontana la notte

La possessione, l’avvolgere, l’avviluppare in un’ idea di appartenenza esclusiva la donna come una cosa propria, come un oggetto mio (e di nessun altro), degradarla ad una res: così può descriversi la violenza dell’uomo, che si sente padrone, dominatore assoluto.

Si sprigiona un’ira incontrollata, una tracotanza che appare, mestamente, da parte di chi se ne fa portatore, come dovuta, come apparentemente giustificata.

Si delinea in questi amari, amarissimi scenari, una montagna di soprusi, di dolore, che si concentra soprattutto tra le mura domestiche.

La maggior parte delle vittime non ce la fa a denunciare per paura, per le possibili ripercussioni, per vergogna, perché non sa dove andare e come sostenersi, per non ammettere il fallimento del proprio matrimonio, per preservare i figli che, invece, non solo sanno e vedono sempre tutto, ma, se non sono allontanati da un contesto violento, tendono a ripercorrere le medesime strade, in una reazione a catena senza fine.

Dietro le persiane chiuse delle case, si nasconde una sofferenza silenziosa e di questi lati oscuri, anche con declinazioni che sanno di barbarie indicibili, di bestialità inusitate, nessuno parla, nessuno indaga.

Spesso i delitti avvengono per l’incapacità di elaborare il lutto di una separazione, per la difficoltà di trasformare in dialogo la frustrazione di un fallimento. Gli uomini  non ce la fanno a lasciarle andare, non reggono l’abbandono, che è vissuto come un affronto atavico, che colpisce e annienta orgoglio e amor proprio (passim. Ferite a morte di Serena Dandini).

Se mi lasci ti uccido”. L’amore diventa tossico, produce una crisi di astinenza irreversibile, spinge il maschio (non più uomo, perché ormai sa di bestialità) a fare qualunque cosa, pur di non perdere la sua (solo sua) donna.

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Dipendente da lei, ma deciso a cancellarla, annientarla per sempre. Il comportamento del maschio è oramai senza controllo, perché non riesce più ad avere lei, la sua dose.

Per l’ennesima volta lei lo respinge; prova a difendersi, gli urla che questa volta è decisa a lasciarlo. Ma è troppo tardi: quelle parole risuonano nella sua mente, come un definitivo abbandono, un affronto e capisce che tutto gli sta sfuggendo di mano.

È disperato, sconvolto, prova a supplicarla, a convincerla; giura e spergiura che cambierà. Poi capisce che la partita è chiusa, è persa per sempre. È a quel punto che scatta dentro di sé la furia omicida, la vendetta, perché quel rifiuto è troppo per lui.

La cornice è sempre la stessa: quella delle famiglie povere o ricche, dentro le quali si cova l’inferno, la disperazione di non poter rifuggire dalla violenza ed arroganza di un maschio padrone.

Vittima e carnefice convivono in un surreale equilibrio; poi all’improvviso qualcosa si spezza e la tragedia più volte sfiorata, diventa realtà.

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Un uomo e una donna, una volta uniti fra loro diventano i protagonisti assoluti di una barbarie. L’uomo uccide la donna dopo una lunga fase di minacce, percosse e umiliazioni che la donna subisce. È una evenienza che si realizza quando il maschio perde il dominio assoluto verso la sua compagna di vita, un dominio che prevede sempre la sottomissione e la sopraffazione totale di lei (Rosario Sorrentino Corriere della sera 1 luglio 2016).

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Michele Serra, acuto osservatore e scrittore sopraffino, ritiene che il maschio, senza una precisa identità culturale che lo emancipi a vivere nella polis, per forza di cose e per ineludibile conseguenza “rifiuta ed ignora che l’espressione “io sono mia” sia solo ed esclusivamente della donna e di nessun altro. Avviene invece, in modo incivile e bestiale che il maschio, senza inibizioni culturali e politiche dica: “No, tu non sei tua, tu sei mia. Il mio bisogno è che tu stia con me, e del tuo bisogno (non stare più con me) non ho rispetto, o addirittura non ne ho contezza. Tu esisti solamente in quanto mia; in quanto non mia, esisti talmente poco che cancello la tua vita. Certo, la stratificazione psichica è profonda, cause e concause si intrecciano, paure e debolezze si sommano producendo, nei soggetti più sconquassati, aggressività e violenza. Ma il “via libera” all’aggressione, alla persecuzione, allo stalking, al delitto scatta anche perché nessuna esitazione “ideologica” interviene a soccorrere il carnefice, nessuna occasione di dibattito interno gli è occorsa, a proposito di maschi e di femmine.

Politica e cultura (ovvero: il processo di civilizzazione) esistono apposta, per non abbandonare la bestia, che siamo, alla sua ferinità e ai suoi istinti, regolando in qualche maniera i rapporti sociali, rendendoli più compatibili al bisogno di incolumità e dignità di ogni persona. E’ indegna e vile la sopraffazione dell’altro: la libertà delle donne è condizione (forse la prima condizione) della libertà di tutti (Michele Serra La Repubblica 12.06.2016).

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Il rispetto del suo corpo della sua libertà è la condizione limite che l’uomo non accetta. Se l’amore virile viene vissuto come diritto alla proprietà del corpo e della libertà della donna amata, nel momento in cui lei dimostrerà un volontà autonoma, il concetto di virilità dell’uomo andrà in frantumi, trasformandolo in un aggressore, a volte anche in un assassino: nessuno può vivere con un’idea spezzata di sé. (Dacia Maraini Corriere della sera 2 dicembre 2008).

Questo è il femminicidio, angusto neologismo per spiegare, in antitesi e contrapposizione all’omicidio, l’aggressione al corpo della donna, alla sua libertà, alla sua autonomia, alla sua dignità, al suo essere simile al maschio ed anche superiore, se si considera che le donne hanno il dono della maternità.

Il maschio non lo capisce: usa la forza, la protervia, il ricatto economico, la paura della vergogna: ed aggredisce, annichilisce, vitupera la donna per spezzare il suo urlo, per impedire la sua giusta liberazione, per sopprimerla, anche sfregiandone il corpo, il volto, qualora si neghi, non si dia.

Ma la donna è poesia, è la conclusione del processo della bellezza, la sua incarnazione, il  suggello per l’anima cortese; ed il maschio questo lo sa e ne è anche invidioso, quando non comprende questa fondamentale legge dell’universo.

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Leopardi sosteneva che la donna è la bellezza, la  manifestazione più viva che la natura possa conferire e donare: su questa terra non c’è nulla che le somigli; e se anche qualcosa fosse pari a lei nel volto, negli atti, nella parola, sarebbe, pur così simile, assai men bella. Il cielo non ha voluto aggiungere alcun conforto ai nostri affanni; e con te, o donna, la vita mortale sarebbe simile a quella che nel cielo rende i beati partecipi di Dio (parafrasi della poesia Alla sua donna di Giacomo Leopardi).

Dante ci ricorda che la donna  “par che sia una cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare. Mostrasi sì piacente a chi la mira, che dà per li occhi una dolcezza al core,che ‘ntender non la può chi no la prova”.

E Neruda canta:” Corpo della mia donna, resterò nella tua grazia. Mia sete, mia ansia senza limite, mio cammino incerto!  Per il mio cuore basta il tuo petto. Dalla tua bocca arriverà fino al cielo ciò che stava sopito sulla mia anima.  E’ in te l’illusione di un giorno. Giungi come rugiada sulle corolle. Scavi l’orizzonte con la tua assenza. Eternamente in fuga come l’onda”.

Baudelaire rimane stupefatto ed attonito nella Parigi caotica al passaggio di una bellissima donna: “Una donna passò, con la mano fastosa. Sollevando il vestito, di trine e balze adorno. Leggera, nelle gambe una scultorea grazia. Negli occhi suoi, ove s’annuncia l’uragano. Bevevo, come quello che s’è fatto ossesso e strano. La dolcezza che incanta, il piacere che strazia. Un lampo… poi la notte! Bellezza fuggitiva. Che con un solo sguardo la vita m’hai ridato. Non ti vedrò più dunque che nell’eterna riva? Altrove, in lontananza, e tardi, o forse mai! Non so dove tu fuggi, tu non sai dove vado. Io ti avrei certo amato, e tu certo lo sai!

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In una famosa intervista rilasciata ad Enzo Biagi Federico Fellini disse della donna:” Io non avrei fatto neanche il cinema se non amassi perdutamente la donna. I miei film esistono, perché esiste la donna e io mi sento da sempre abitato dall’immagine femminile. La donna è uno specchio che rappresenta la parte più oscura di te, perché è anche quello che noi abbiamo fatto di lei. Ne ho un rispetto profondo, la considero migliore, più innocente, più naturale, più vera, più vicina anche al senso religioso della vita e credo non abbia mai colpe”.

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Donna, poesia che allontana  la notte.

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