MORO: MITEZZA E MEDIAZIONE

MORO: MITEZZA E MEDIAZIONE

Moro è stato fra i più giovani costituenti.

Ha tenuto a porre al centro del suo lavoro il concetto di persona, come prius rispetto allo Stato.

Come ben noto è stato allievo di un grande penalista, il Prof. Biagio Petrocelli, con il quale si laureò con una tesi su “La capacità giuridica penale”, nella quale approfondì l’attitudine di un soggetto ad essere titolare di diritti e doveri o più in generale di situazioni giuridiche soggettive.

In quella tesi di laurea Moro intese la capacità giuridica come entità riconosciuta ad ogni essere umano, vivificando il concetto di persona fisica oltre che giuridica e specificando che, negli ordinamenti del passato, invece, i diritti non venivano riconosciuti ad ogni persona, ne erano, ad esempio, esclusi gli schiavi che il diritto romano assimilava a res (Danilo Campanella: Aldo Moro Politica, filosofia, pensiero Edizioni Paoline pagine 35 e seguenti).

La tesi è pubblicata nel 1939 e Moro, grazie ad essa, ottenne la docenza in Filosofia del diritto e di Politica coloniale presso l’Università di Bari nel 1941.

Nel 1942 con la sua seconda opera “La subiettivazione della norma penale” ottenne presso la stessa Università la cattedra di diritto penale.

Durante quegli anni si avvicina alla cultura francese del filosofo Jacques Maritain (Umanesimo integrale) grazie al futuro Papa Giovanni Battista Montini-Paolo VI- che aveva conosciuto nel Movimento laureati cattolici (MLC).

Moro è eletto a soli 29 anni nelle file della Democrazia Cristiana all’Assemblea Costituente nelle elezioni del 1946 e viene a far parte della Commissione dei 75, nella quale trova le migliori personalità politiche, tra le quali Dossetti, Togliatti,Calamandrei.

Egli riteneva che la nostra Carta Costituzionale dovesse avere una funzione ambiziosa, perché attraverso la sua attuazione, dei principi di cui era costellata, sarebbe stato possibile l’esplicitazione della dignità umana e sociale.

Prima dello Stato c’è la persona, la famiglia, gli aggregati sociali, i partiti politici.

Concepiva lo Stato come una piramide rovesciata, perché il vertice deve assorbire tutti i corpi intermedi, a partire dalla base ove c’è l’individuo, per riconoscere poi la famiglia, le associazioni, i partiti politici.

Noi poniamo un coerente svolgimento democratico, poiché lo Stato assicura veramente la sua democraticità, ponendo a base del suo ordinamento il rispetto dell’uomo, guardato nella molteplicità delle sue espressioni, l’uomo che non è soltanto singolo, che non è soltanto individuo, ma che è società nelle sue varie forme, società che non si esaurisce nello Stato. La libertà dell’uomo è pienamente garantita, se l’uomo è libero di formare degli aggregati sociali e di svilupparsi in essi. Lo Stato veramente democratico riconosce e garantisce non soltanto i diritti dell’uomo isolato, e sarebbe in realtà un’astrazione, ma i diritti dell’uomo associato secondo una libera vocazione sociale… (Assemblea Plenaria – seduta del 24 Marzo 1947, da Pluralismo e personalismo nella Costituzione Italiana. Il contributo di Aldo Moro, di Pino Pisicchio, Cacucci Editore, pag. 106).

La Costituzione nasce in un momento di agitazioni e di emozioni. Quando vi sono scontri di interessi e di intuizioni, nei momenti duri e tragici nascono le Costituzioni e portano di questa lotta, dalla quale emergono, il segno caratteristico. Non possiamo, se non vogliamo fare della Costituzione uno strumento inefficiente, prescindere da questa comune, costante rivendicazione di libertà e giustizia. Sono queste le cose che devono essere a base della nostra Costituzione. La sovranità dello Stato è la sovranità dell’ordinamento giuridico, cioè la sovranità della legge. Non è il potere dello Stato un potere o un prepotere di fatto, è un potere che trova il suo fondamento ed il suo limite nell’ambito dell’ordinamento giuridico, formato appunto dalla Costituzione e dalle leggi… Uno Stato non è veramente democratico se non è al servizio dell’uomo, se non ha come fine supremo la dignità, la libertà, l’autonomia della persona umana, se non è rispettoso di quelle formazioni sociali, delle quali la persona umana liberamente si svolge e nelle quali essa integra le proprie personalità (Assemblea Plenaria – seduta del 13 Marzo 1947, Pisicchio, ibidem).

Moro venne assassinato dalle Brigate Rosse.

Ha raccontato Mario Moretti a Rossanda Rossana di essere stato lui l’esecutore materiale (Brigate Rosse una storia italiana Mondadori Editore) .

A Sergio Zavoli, nel bellissimo libro la “Notte della Repubblica”, Moretti alla domanda da lui posta: “a tragedia compiuta, a cose ormai tutte consumate, si è mai sorpreso a pensare quanto le è rimasto, umanamente di Moro? Che cosa l’aveva segnato più di quell’incontro?” Moretti risponde: “Per quanto sia forte il ruolo del personaggio, la persona è più ricca”.

Nell’ultima lettera, commovente e straziante, scrisse alla sua amata Eleonora: “Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Amore mio, sentimi sempre con te e tienimi stretto. Bacia e carezza Fida, Demi, Luca (tanto tanto Luca), Anna, Mario, il piccolo non nato, Agnese Giovanni. Sono tanto grato per quello che hanno fatto. Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta”.

Indro Montanelli in un articolo apparso sulle colonne de “Il Giornale” il 10 maggio 1978 dal titolo “Rituale barbarico” scrisse della scomparsa di Moro: “la scomparsa di Aldo Moro segna la fine di un capitolo della storia del dopoguerra. Il suo cadavere, come quello di Matteotti, traccia una tragica linea divisoria. Alla classe politica si chiede, in questo momento, oltre la fermezza anche un esame di coscienza. La vita continua. Ma non può continuare, dopo una tragedia come quella di Moro, come prima”.

Un grande poeta, Mario Luzi, scrisse una poesia memorabile che ancora oggi stringe il cuore, quando vide il cadavere di Moro nella Renault 4 in via Caetani:

Acciambellato in quella sconcia stiva,

crivellato da quei colpi,

è lui, il capo di cinque governi,

punto fisso o stratega di almeno dieci altri,

la mente fina, il maestro

sottile

di metodica pazienza, esempio

vero di essa

anche spiritualmente: lui

– come negarlo? –

quell’abbiosciato sacco di già oscura carne

Con lui era viva la complessità delle analisi: approdava però sempre ad una soluzione, perché era un mite ed amava la mediazione per comporre ogni contrasto

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