Il Mulino del Po: gli sloggiati come i mugnai

IL MULINO DEL PO: GLI SLOGGIATI COME I MUGNAI.
L’INCENDIO DEI MULINI. ANCHE LE CASE PRENDONO FUOCO.

Quello che sta accadendo ai poveri esecutati e sloggiati in Italia trova un precedente storico: la reazione del popolo italiano all’istituzione della tassa sul macinato.

Fu imposta il 7 luglio del 1868 dal governo della Destra storica dal ministro delle Finanze Cambray-Digny per raggiungere la parità di bilancio, atteso che le finanze dell’allora Regno di Italia erano disastrose. Entrò in vigore il gennaio dell’anno successivo.
Fu una tassa impopolare: gli italiani del tempo avrebbero dovuto pagare l’odioso balzello sul reddito conseguito per la produzione dei cereali e del frumento. Essa colpì, in modo particolare, i mugnai ed i proprietari dei mulini, che producevano la farina, indispensabile per il pane.
Inevitabilmente, dovendosi pagare la tassa, lievitava il prezzo del pane.
Ne nacque un romanzo bellissimo, scritto da Riccardo Bacchelli, “Il Mulino del Po”.

Il grande scrittore così commentava: “il pane da noi lo si voleva, non solo esente da gravezze, non solo a buon mercato, ma rispettato; rincarare il pane pareva cosa detestabile, dannabile, perfida e immorale, nonché esosa”.
Nel romanzo si narra che per calcolare la produzione del macinato furono applicati ai mulini dei contagiri, che non erano mai precisi. Corruzione, imbrogli, disparità di trattamento: così operavano gli “arnesi del fisco”, per la riscossione dell’obbrobriosa tassa: la finanza – scrive Bacchelli – aveva informatori e spie, inquisiva, raffrontava, tormentava”.
I mugnai vivevano nella disperazione più bieca: avevano addosso il vituperio della lurida e maligna miseria paesana, noiosa e penosa a tutti, perché la gente era povera, il tozzo di pane era sottratto al pancotto famigliare; ed era una pietà e durava da un pezzo.
I mugnai dovevano già combattere contro le avversità della natura, in modo particolare le trombe d’aria.
Scrive Bacchelli: dopo la tromba d’aria “i miseri contadini, girando sotto l’ombrello impotenti, vedevano l’acqua livida tralucere morta fra il grano lungo, verdigno, sfibrato. Chi prendeva una spiga in mano, gli si spappolava in muffose poltiglie biancastre, grigie, nerastre: era la morte del grano, la fame degli umani. Ogni seminato marciva. Era tanta la disperazione, da levare il gusto al pane, il vigore alla fame stessa, che illanguidiva; da guastare il lavoro”.
Si coalizzarono tra di loro i mugnai e cercarono di frodare il fisco, truccando i contagiri dei mulini , soprattutto rimuovendo la puleggia.

Istituirono “la gheldra”, un fronte di solidarietà che rappresentò la faida contro il macinato.
Ma lo Stato, quando vuole distruggere, è potente: la Destra storica raggiunse il pareggio di bilancio, grazie soprattutto al Ministro della lesina, Quintino Sella, che scrutava nelle pieghe del bilancio, come fu scritto, con “la lente dell’avaro”.
Ma il popolo era stremato ed affamato.
Bacchelli racconta che per evitare il controllo e l’abominio del sequestro i contadini bruciarono i mulini.
Solo così l’odioso balzello fu abolito.
Gli sloggiati, come i mugnai, sono disperati e non vogliono perdere la loro casa.
Piuttosto che consegnarla agli odiosi custodi stanno già appiccando gli incendi, sapendo di non poterla avere mai più e di andare a dormire sotto i ponti o in un’automobile malandata.
Divampa il fuoco e qualcuno si lascia anche morire.
Come avvenne con il mulino denominato “San Michele” nello splendido racconto di Bacchelli:” I finanzieri manovravano coi remi per accostare. Princivalle-(uno dei protagonisti del romanzo)-non toccò la passerella. Saltò sul San Michele; e fu un istante: tempo di batter l’acciarino, una luce s’accese a bordo, crebbe d’un subito e sfavillò.
Splendeva nella notte nera ogni fessura della nera mole. Una vampa interna, chiara, abbagliante, subito arrossò. Crepitò il legname vecchio. Lingue di fiamma avida trapelavano dalle fessure, lambivano ogni orlo, disegnando l’opera morta del San Michele. Il vento istigava le fiamme. — Brucia! — gridava Princivalle più alto della tempesta, con una matta allegria nella voce: — Si salvi chi può! Il San Michele brucia! Al fuoco! Al fuoco!”.
Le case pignorate sono incendiate e non date agli aguzzini custodi.
Questo sta accadendo e tutto tace.
E Sergio Bramini grida giustizia.

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